Il confronto impietoso con una sconosciuta: «Niente da offrire» è il racconto di Alex Guerra
Illustrazione di Dario Licata
È un abbozzo a matita, di tante matite e altrettanti spessori, tra cui un carboncino, forse, non me ne intendo. È una natura morta, fin lì ci arrivo, che ha come oggetto la sciarpa gettata sul sedile vuoto tra noi due. La ragazza, la donna, qualunque sia la sua età, ha preso l’aereo con me a Helsinki, deve essere finlandese, o di ceppo nordico, con quella pelle pallida e quella massa di capelli color birra e la fronte sporgente come un arco di caverna. Non è truccata, veste abiti larghi da zingara e nella concentrazione ha tutta la faccia immobile in un’espressione da vegliarda.
Delinea le frange della sciarpa, ombreggia, se quel gesto si chiama ombreggiare, le due serie di pieghe sottostanti: sembrano un albero sul limitare di una scogliera. Potrei chiederle se va alla Biennale, è scontato che è un’artista. Potrei consigliarle il biglietto per tutte le chiese minori, che ci può trovare quadri del Tiepolo, padre e figlio, che le ho bazzicate quasi tutte nell’unico anno che ho studiato a Venezia. La interromperei solo per menzionare pittori o scene del Vecchio e Nuovo Testamento che ho letto su vecchie targhette. Prende una penna più spessa, un pennarello forse, e ci dà dentro sulla parte inferiore della scogliera. E magari lei mi sorriderà come quando ho preso il mio posto, ma dentro di sé mi manderà a fanculo in finlandese, o germanico, o qualunque sia la sua lingua madre.
Passa al bordo sinistro del tronco e marca i rami-frange quasi a creare un solco. Adesso vedo un albero agitato da una tempesta sul bordo di una scogliera, anche se lei non ha disegnato la pioggia. Dovrei farmi venire in mente un artista con cui paragonare il disegno, ma i nomi si accavallano nel rischio di una figura di merda. Mi viene in mente solo una natura morta gotica. Una natura gotica morta vivente. Una stronzata colossale di sintagma. Potrei offrirle una poesia, o quantomeno un aforisma, per un periodo ho frequentato scuole di scrittura, ma non produrrei niente al livello del disegno e, se anche fossi in grado, non saprei darne un’aderenza di significato. Più probabilmente ne uscirei melenso e patetico.
La sua mano si fa impaziente, la matita, o il pennarello, lastricano di gelido nero la base e buona parte degli spigoli, quasi indispettita dalla vivacità di quella natura morta. Riconosco la sensazione, quindi posso offrirle solo il mio silenzio. Il lenzuolo di nubi si solleva dall’oblò, scorgo Sant’Erasmo al di là della sua fronte neandertaliana. Ripassa gli angoli della pagina, la punta della matita sconfina sulla gonna. Guarda un’ultima volta il disegno, gira la pagina dopo, bianca, forse a focalizzare un nuovo lavoro, o un nuovo esercizio, magari la sciarpa era solo un esercizio. Poi la pagina prima, su cui è fissato un inseguimento di linee sinuose e spirali. Chiude il blocchetto e ripone la matita, o pennarello, nell’astuccio insieme alle altre. Vorrei anch’io avere qualcosa da dire e non dirla a nessuno. Il segnale «allacciare le cinture» sfuma l’ultima speranza di un contatto.
Alex Guerra

