La fotografia, l’amore per le case e gli schizzi per strada: storia di Prisca Rinaldi, illustratrice pesarese
Prisca Rinaldi è un’illustratrice pesarese che ha ritrovato la propria voce tornando ai luoghi, tema centrale del suo percorso fin dagli studi in Pittura all’accademia di Belle arti di Urbino nel 2005 e dalla tesi sulla poetica dell’abitare. Osserva il mondo anche attraverso la fotografia, cercando già nel mirino l’inquadratura definitiva che guiderà il lavoro in studio. Quando può, ama disegnare all’aperto, pur muovendosi sempre su un piano simbolico. Il suo lavoro prende forma soprattutto nell’incontro con gli altri: quando le vengono affidati spazi, case o momenti cruciali della vita. È lì che entra in empatia, coglie la sfumatura giusta e restituisce immagini che risuonano come una cassa di risonanza emotiva. Ecco chi è Prisca Rinaldi, l’illustratrice del mese di marzo di Rivista Blam!.
Chi è, cosa fa e dove vive.
Vivo a Pesaro. Ho aperto il mio atelier in un momento critico da qualsiasi punto di vista: eravamo in zona rossa, mi piacque l’idea di una luce che si accendeva per dare speranza. Volevo creare un luogo dove l’anima può sostare.
Ci racconta il momento in cui ha deciso che il disegno sarebbe stato il suo lavoro?
Una sera qualsiasi avevo amici a cena e, per l’occasione, avevo sistemato il giardino con alcune mie creazioni, ossia lanterne dipinte. In quel momento, capii che una delle mie abilità fosse creare luoghi dove riconnettersi con sé e con gli altri.

Come definirebbe il suo stile?
In me si alternano due anime. Per lungo tempo sono stata molto concentrata sul rappresentare la riconquista dello stupore, caratteristica dell’infanzia, per questo i soggetti erano bambini, creature che mantengono una visione pura e gentile. Tutto questo l’ho fatto attraverso i colori brillanti dell’acquerello, e un tratto semplice.
Nell’ultimo periodo, invece, sento forte l’attrazione per alcuni edifici, in particolare le abitazioni: nell’intonaco scrostato di una casa trovo armonie nascoste, decori che prima non vedevo, nuovi paesaggi da esplorare.
Che bambina è stata?
Particolarmente timida e introversa, amavo una compagnia piuttosto selezionata. Passavo volentieri molto tempo in solitudine, leggendo, disegnando, costruendo, ritagliando mondi. In estate specialmente, con la mia famiglia passavo tre mesi in campagna, per cui i contatti con altri bambini si facevano più radi, ma non ricordo di essermi mai particolarmente annoiata, l’esplorazione della natura era un’occupazione a tempo pieno, e incredibili storie nascevano nella mia testa.
Cosa c’è sul suo piano di lavoro?
Il più presente è un grande sketch book con una copertina nera rigida, rilegato, e un piccolo astuccio, matita, gomma.
Come imposta il suo lavoro? Fa degli schizzi su un taccuino dopo un guizzo di ispirazione?
Amo gli sketch book, di ogni forma, dimensione e tipo di carta, cerco di averne uno sempre a portata di mano, penso che l’ispirazione ti trovi quando sei affaccendato a fare altro. Spesso arriva quando sono in movimento, camminando, in macchina, poi se non posso disegnare la fermo anche con una nota scritta sul telefono.

Qual è la richiesta più strana che le hanno fatto?
Rappresentare un animale domestico defunto mettersi in viaggio per l’aldilà, ma forse la cosa strana è stato l’oggetto sul quale ho dovuto dipingerla non tanto l’immagine in sé.
Ci racconti brevemente i progetti a cui ha lavorato e di cui va fiera?
Un paio di anni fa ho illustrato tutte le porte di una casa; per le porte delle stanze comuni ho rappresentato dei valori a cui la famiglia era legata, per le porte delle stanze private in chiave simbolica i suoi inquilini. È stato un lavoro impegnativo e al contempo emozionante.

Se fosse un quadro famoso, quale sarebbe e perché?
L’impero delle luci di Magritte, una tranquilla villetta si prepara alla notte, la luce di un lampione rischiara il buio che l’avvolge, due finestre al secondo piano senza scuri emanano una luce calda, ci fanno pensare a una presenza. Alzando lo sguardo il cielo è azzurro, come se fosse pieno giorno, nuvole bianche lo attraversano placidamente. Tutto non è come sembra.
Tre illustratori che l’hanno illuminata sulla via di Damasco?
Rebecca Deutremer è stata per me una vera folgorazione, dopo aver sfogliato un suo libro ho ripensato per la prima volta in modo differente a tutto il mondo dell’illustrazione.
Quando ero bambina rimanevo incantata per ore davanti ai libri di Jill Barklem con il suo Il mondo di Boscodirovo, ne sentivo i profumi e i sapori, e ancora ora devo dire che ha un potere molto evocativo.
Joanna Concejo ha toccato alcune mie corde sottilissime con la sua grafite.

