Quel confine labile tra ciò che è giusto e ciò che non lo è: «Un altro ballo» è il racconto di Stefan Valeanu
Illustrazione di Dario Licata
L’agente della Securitate Dan Dobrin pedinava una donna sul marciapiede innevato del bulevard Republicii. Si chiamava Nina e l’aveva intercettata ai piedi del palazzo E24, stretta in un lungo abbraccio con un bambino.
Fiocchi sporchi di cenere si staccavano dal cielo congestionando il traffico nel bulevard, ma la vita nella città comunque vibrava. C’erano già lunghe file davanti all’alimentari. Uomini e donne impellicciati che aspettavano da ore e si raccontavano piccoli aneddoti. Cose semplici.
Nina era entrata nel negozio da poco. Guardava disgustata la vetrina: qualche avanzo di soric su vassoi macchiati di sangue e poco altro. Scambiò due parole con il garzone e comprò del pane ma arrivata in cassa si accorse di aver perso i buoni alimentari.
Corse fuori e si inginocchiò a terra nella foresta di gambe a setacciare la neve. Lo trovò fra i piedi di un vecchio ubriaco con in testa un colbacco d’orso. Nina lo ringraziò con un filo di voce e prima di andarsene notò una bimba che batteva i denti. Strappò la punta del filone ancora caldo e glielo porse ma la piccola nascose il viso nelle pieghe del cappotto della madre. Nina fece posto nella borsa spostando due lunghi, lucenti e affilati aghi da ricamo e riprese il bulevard.
Faceva passetti corti ma eleganti. E più che affondare nella neve, sembrava pattinasse. Le bastava scansare uno slittino per immaginarsela volteggiare in aria come Irina Rodinina.
Svoltò su strada Tineretului e affrettò il passo per raggiungere un condominio basso. L’agente annotò l’indirizzo nel taccuino, chiamò da un telefono pubblico e sollevatosi il colletto, si andò a proteggere sotto la tettoia di un’edicola. Conversò con il venditore sulla prima pagina di «Scînteia»: «Cosa pensa di trovare in America quel capellone?».
«Karolyi? Mai fidarsi degli ungheresi.»
I due continuarono a chiacchierare ma l’agente non perdeva mai di vista l’ingresso dall’altra parte della strada.
Nina uscì quarantasei minuti dopo. Lo sguardo era perso sulla neve sporca ai piedi delle scale. In viso le si erano accumulate delle rughe più simili a scalfitture lasciate da qualcosa di insostenibilmente doloroso. In lei, nel biancore delle sclere, brillava la malinconia.
Si trascinò lungo la strada fino a incrociare bulevard Niculae Balcescu e prese al volo il filobus, restando appesa alle porte spalancate. L’agente la seguì e la vide scendere a Cozia. La osservò vagare nella piazza davanti al municipio, e lasciare una moltitudine di tracce nella neve fresca fino a segnare un sentiero di orme fino alla chiesa di Sfantul Gheorghe. Nina sedette sulle scale del portico e chiuse gli occhi concentrata ad ascoltare i mormorii che filtravano dalla porta intarsiata.
Quella malinconia che gli era apparsa in viso non aveva pregiudicato la sua bellezza. Anzi, aveva come nobilitato certi suoi difetti, rendendola dolorosamente bella.
Riaprì gli occhi, strinse i laccetti sulle caviglie fini e si riavviò per la piazza. La attraversò insensibile al fuoco incrociato di palle di neve lanciate da due legioni di bimbi festosi. Nina era persa altrove. Guardava il cielo e sembrava farsi guidare dal fumo della raffineria per ritrovare la via di casa.
L’agente affrettò il passo e si fece largo goffamente tra la folla. Voleva intercettarla vicino al commissariato, così da poterla scortare direttamente. Camminarle a fianco e sentirne il profumo.
Ma Nina sparì d’un tratto.
L’agente corse all’ultimo punto in cui l’aveva vista e si piantò nel mezzo del marciapiede a scansire le facciate dei bloc, i taxi pronti a partire, le file gremite di chi ritirava le bombole di gas.
«Puiu, Puiu» lo chiamò una donna con la faccia da zingara che vendeva biglietti della lotteria. «Cerchi tua moglie?»
«Dov’è andata?»
«Compra due biglietti, Baiatul meu. Tanti Ana muore di freddo e di fame.»
Gettò una manciata di monete sul tavolo e sollecitò la donna.
«Lì dentro, Baiatul meu. Il tuo angelo è lì» e indicò la porta del Techniclub.
L’agente entrò nel vecchio edificio e si incamminò fra le porte aperte delle aule: pittura, falegnameria, cucina, biblioteca, lettura. Salì al primo piano e il caldo aumentò tanto da obbligarlo a slacciarsi la sciarpa e aprire il pastrano. Si era formato un capannello di ragazzi davanti alla porta della discoteca, da cui filtrava musica occidentale.
I me me mine.
I me me mine.
Nina ballava da sola sotto lo strobo e si lasciava colpire dai riflessi violetti che rimbalzavano sulle pareti. Vestiva una gonna turchese che con ogni giravolta fioriva scoprendole gambe fini come steli di calici. L’agente piegò il pastrano su un tavolino e si avvicinò a Nina che continuava a ballare disinteressata.
All I can hear
I me mine, I me mine, I me mine
Even those tears
Come un cacciatore esperto, le strinse la mano a mezz’aria e la invitò a continuare. E Nina lo seguì, volteggiò su sé stessa diverse volte, prima allontanandosi e poi avvicinandosi a quel corpo sconosciuto.
L’agente le sfiorò il fianco e le parlò all’orecchio: «Non mi aspettavo questo profumo».
«Cosa si aspettava?» le rispose Nina sorridendo.
«Gelsomino. Lo conosce?»
«Sdolcinato, nauseante. Non trova?»
«Le donerebbe, sa?» l’agente le spostò un ciuffo di capelli dietro l’orecchio. «Un fiore profumato fra i capelli.»
Nina si lasciava guidare nel ballo e gli sorrideva. Ma in quello sguardo e nel tocco gelido della sua mano, l’agente percepiva un’immensa distanza.
«Beh, non me lo chiede?» provò a rilanciare l’agente.
«Cosa?»
«Cosa sento.»
«È vero. Me lo dica.»
Si avvicinò lento e le sfiorò un neo sulla giugulare: «Melograno».
Nina rise. «Un bravo ballerino e un amante dei classici: quali segreti nasconde ancora?»
No-one’s frightened of playing it
Everyone’s saying it
«Io? Non molto, mia cara. Lei invece, ha segreti?»
«Moltissimi.»
«È molto pericoloso avere segreti in un Paese come il nostro.»
«Ma senza segreti cosa ci rimane? Non è vero agente?»
L’uomo sorrise, rapito da tanta spregiudicata risolutezza. Si staccarono per qualche secondo e ballarono uno di fronte all’altro sul ritornello per poi tornare ad abbracciarsi.
«Da cosa lo ha capito?» chiese lui.
«Avete tutti lo stesso odore. Il barbiere vi annega nella colonia. Ma almeno lei balla bene.»
«Una donna così elegante e perspicace, saprà già…» ma Nina lo zittì poggiandogli l’indice sul labbro.
«Non sia frettoloso, mi conceda un altro ballo.»
L’agente annuii e ripresero a danzare.
Partì poi un lento e Nina appoggiò il viso sulla camicia ruvida dell’uomo.
«Dobbiamo andare, Nina.»
«Mi crede se le dico che me lo sentivo?»
«Le credo.»
«Poco fa. Ho abbracciato Giorgi così forte, nella speranza… nella speranza di lasciargli qualcosa. Le sembro frivola?»
I due si allontanarono ma ancora giravano tenendosi le mani e oscillando prima su un piede e poi sull’altro. Per poi rallentare. Piano piano.
«Posso farle una domanda?»
Nina annuii.
«Le sceglie o accetta chiunque?»
«Ho scelto di accettare chiunque.»
«E non si sente in colpa?»
«Tremendamente. Ma poi vengo qui.»
L’agente indicò gli aghi nella borsa: «Deve fare una fatica del diavolo a farli tornare ogni volta così lucenti.»
Nina guardò per un attimo altrove e l’agente Dobrin cercò una risposta nelle profondità di quelle grandi pupille nere.
«Le posso fare io una domanda?» chiese lei.
«Certamente.»
«Lei non si sente mai in colpa?»
«Dovrei?»
«Risponda. Non faccia l’ingenuo.»
«Nina… Vede, quello che io sento, quello che io penso… non importa. Lei mi sta molto simpatica, Nina. Ma questo non importa a nessuno. Io sono solo uno strumento, come quegli aghi. Guardi le mie mani,» le mostrò delle tozze mani contadine, «non c’è nulla su queste mani, solo linee comprensibili ai chiromanti.»
Tornò al tavolo, rivestì il pastrano e le porse il cappotto: «Ora dobbiamo andare».
I due uscirono a braccetto dal Techniclub e si unirono al brusio del bulevard. Ma fatti alcuni passi, Nina si colpì la fronte e sussurrò: «Mio dio, il latte».
«Ha dimenticato qualcosa?»
«Nulla, una cosa da niente. Andiamo.»
Stefan Valeanu

