Come ci si libera di una madre ingombrante? «Sonno» è il racconto di Valentina Colombo
Mi metto a letto dopo aver preso venti gocce di En. È difficile addormentarsi da quando mia madre è morta. Ho diciotto anni: è l’estate della maturità. Nell’aria c’è il profumo dolciastro e pungente del gelsomino. Nei giardini pubblici di Alassio, io e mia madre passeggiamo mano nella mano. Siamo vestite uguali: maglietta bianca e pantaloni blu. «Lesbiche!» ci urla un gruppo di ragazzini.
Ho venticinque anni: sono stata fuori a cena con il mio fidanzato, abbiamo mangiato un hamburger. È il mio primo ragazzo, il primo con cui ho fatto sesso. Mi invita a fare un viaggio con lui per il Capodanno seguente: tre giorni a Colonia. Io accetto, euforica. Non vedo l’ora di tornare a casa a raccontarlo a mia madre. Quando glielo comunico, sto sorridendo.
«E me lo dici ridendo?» è scura in volto, e poi aggiunge: «Non vai da nessuna parte».
Questa frase la porto con me una volta a letto; è lì anche quando mi addormento: sono un uomo di mezza età che esce finalmente dal carcere; uno dei pochi bianchi poveri in una colonia francese in Africa. Ho scontato una lunga pena per aver partecipato a una banda armata sovversiva. Sono disorientato, non so a chi rivolgermi. Tutti quelli che conoscevo sono morti oppure sono tornati in Europa. Non ho una casa. Non so come farò a guadagnarmi da vivere. Non sono più giovane ma non sono nemmeno ancora abbastanza vecchio da lasciarmi morire, sebbene la morte sarebbe una liberazione. Alla fine, mi arruolo nell’esercito di occupazione francese, lo stesso che avevo combattuto negli anni prima della prigionia. So che recuperare la vita trascorsa in carcere è impossibile. Quello che è perduto è perduto per sempre. Solitudine. Polvere. Polvere sulle strade riarse. Polvere come una nube che offusca il sole.
Mi sveglio in un letto sfatto, nella mia vecchia camera. Dalla cucina, giungono voci di donne. Mi alzo e vado in salotto. Le pareti sono ricoperte di quadri: immagini religiose, ritratti, paesaggi. Horror vacui. Mi stupiscono le decorazioni natalizie: un Babbo Natale alto mezzo metro sul pianoforte, il vischio sopra la porta d’ingresso. Mia madre e mia nonna escono dalla cucina e mi dicono di cominciare a fare l’albero. «Ma non è Natale» dico. «E poi voi siete morte.» Sono incredula. L’unica spiegazione è che sia morta anch’io.
Per il compleanno della nonna, il 30 novembre, io e mia madre andiamo a visitare la sua tomba al cimitero. Mia madre si inginocchia sul pietrisco. «Lo vedi cosa sta facendo tua nipote? Mi vuole abbandonare! Mi vuole abbandonare proprio per il nuovo anno. Mi vuole lasciare da sola. Lo vedi com’è cattiva?» Si scioglie in un pianto disperato. Le altre persone presenti nel cimitero si girano a guardarci. Piango anch’io. Vorrei consolare mia madre, ma voglio anche vivere la mia vita.
Io e mia madre siamo in un resort, sdraiate a bordo piscina. È estate. Mia madre getta a terra la borsa È infastidita perché gli asciugamani sono bagnati.
Io mi avvicino a trenta centimetri dalla sua faccia: «Ehi stronza di merda ehi stronza di merda ehi stronza di merda ehi stronza di merda ehi stronza di merda ehi stronza di merda ehi stronza di merda ehi stronza di merda ehi stronza di merda» continuo così per venti minuti, sono un carillon rotto che ripete la stessa snervante melodia.
È il due gennaio e l’aereo proveniente da Colonia è appena atterrato a Malpensa. Il mio ragazzo mi dà un passaggio a casa. Mia madre è tesa, nervosa, non sembra felice di vedermi. Consumiamo la cena in silenzio. Poi, senza guardarmi, mi dice: «Sei contenta di avermi fatto soffrire? Sei contenta di avermi abbandonata? Sei davvero un’ingrata! Dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te» si alza e lascia il suo piatto nel lavello. «Fossi in te avrei paura. Faccio sempre in tempo a adottare una bambina piccola che crescerà con me e farà tutto quello che le dirò di fare. Le lascerò l’intera eredità».
«Vuoi una schiava, insomma.»
Allora lei mi urla i peggiori insulti. Ormai sono le due di notte. Io ho sonno, sono stanca. Voglio solo andare a dormire.
«Chiedimi perdono. Giurami che non partirai più senza di me.»
E io lo faccio. Mi metto in ginocchio e la imploro di perdonarmi. «Non ti lascerò mai più da sola» dico.
Suona la sveglia. Apro gli occhi. Il sole fatica a entrare dalle persiane. Le lenzuola sono umidicce, pregne del sudore notturno. Come ogni mattina, non so più cosa ho sognato e cosa ho vissuto.
Valentina Colombo

