Sangue cattivo: un racconto di Stefano Pieroni

 Sangue cattivo: un racconto di Stefano Pieroni

Illustrazione di Sharon De Pasquale

«Andiamo fuori, c’è fresco, ci sono le zanzare, ma, tanto, non mi pinzano.» Il luogo dove preferiva stare d’estate era dietro casa: un piccolo spazio verde, tra un orto incolto, un piccolo albero e la capanna –come si ostinava a chiamarla lui – nonostante da tempo al posto di quattro assi inchiodate insieme – che erano il vecchio pollaio – ci fosse una solida casetta in muratura. D’estate passava lì i suoi pomeriggi, circondato da persone e zanzare. Lui seduto, nel centro, davanti alla porta della sua capanna, gli altri, ai suoi lati, che si grattavano. «Oggi ce ne sono tante, sono quelle tigri!» Ne sentiva la presenza, sapeva che gli volavano intorno. «Ho il sangue cattivo, non lo vogliono nemmeno quelle bestiacce lì.» In realtà, almeno una zanzara che lo pungeva c’era sempre: mi ricordo quegli insetti posati sulla sua pelata, intenti a lavorare, ma la sua pelle non diventava rossa, non si gonfiava, non gli prudeva.

Era cieco, ma aveva un grande udito, per compensare, come diceva lui. Anche il suo tatto era accresciuto per aiutarlo a leggere quello che lo circondava.

Ho passato tante estati della mia infanzia a osservarlo fare tutti i suoi lavori. L’ho visto potare, infiascare, scegliere il pesce più fresco e pulire le finestre di casa perché «quando sono sporche sono brutte da vedere» Tastava le piante per scegliere dove tagliare. Per capire se il vetro fosse pulito, avvicinava la testa per ascoltare il suono che faceva il panno. Toccava occhi e bocca del pesce che poi annusava. Quando infiascava, con l’orecchio teneva sotto controllo il vino nella damigiana, mentre con le dita controllava quello nella bottiglia. «Zitto» diceva, poi agitava il grande recipiente e decretava: «Ancora tre bottiglie e abbiamo finito». Si sbagliava sempre di poco. Ci teneva molto che imparassi a fare quello che faceva lui, come lo faceva lui. Le sue spiegazioni erano un «senti!» e un «ascolta!» ripetuti all’infinito. «Te ci vedi, ma aiutati con le mani e le orecchie.» I suoi insegnamenti non si limitavano a quelle mansioni. Passavo ore a sentirlo raccontare della sua vita, della sua storia, della storia del nostro Paese: il nonno garibaldino, il sabato fascista, il padre morto giovane, Coppi e Bartali, la guerra, gli scioperi, la grande Inter, sua moglie e sua figlia.

Aveva la capacità di rendere le parole immagini, di riempire i racconti di dettagli che non rallentavano la narrazione, anzi, le davano corpo. E io, circondato da quelle parole, guardavo i suoi ricordi, vivevo quelle storie con lui.

Più crescevo e più lasciava spazio ai miei di racconti: io ascoltavo lui e lui ascoltava me, con attenzione. Lo si capiva dalle domande che faceva. Chiedeva della scuola, degli amici, della macchina, delle passioni. Se le mie risposte erano distratte, arrivava perentorio il suo «non t’ho inteso!». Prima mi aveva insegnato la bellezza dell’ascoltare, dopo l’importanza del farsi ascoltare.

Un’estate gli diagnosticarono un tumore. A novantaquattro anni; era inoperabile. Quando glielo comunicarono si intristì perché non voleva lasciare figlia e nipoti. Nei mesi successivi le mie visite divennero quotidiane. Pensavo che avrebbe raccontato le storie note, invece mi mostrò con le sue parole, con il racconto dei ricordi, nuove immagini, nitide e luminose, dall’ infanzia ai giorni più recenti. Personaggi mai conosciuti e fatti segreti. Attraverso l’incessabile desiderio di ascoltarlo, avevo ottenuto un nuovo livello di fiducia che mi dava accesso ai ricordi nascosti. Ogni incontro, però, cominciava sempre con le domande sulla mia giornata. I nostri incontri dovevano essere uno scambio.

L’estate successiva peggiorò rapidamente. Passò dalla poltrona al letto, dal letto all’hospice. Tutto in due settimane. In quella struttura c’era solo fisicamente: la sua mente, ne ero certo, viaggiava in quei racconti. Quando gli chiedevo come stava rispondeva che era andato a fare un giro in piazza, nella sua città natale, ma non c’era nessuno. A volte era appena tornato dal contrabbando e aveva evitato i tedeschi per un pelo, oppure era con sua moglie in casa, sul tram o in fabbrica. La chiamava spesso.

Un giorno, un messaggio audio di sua nipote lo riportò di forza in quella stanza: improvvisamente capì quando e dove era. «La vita è bella anche se è crudele: la guerra mi ha rubato la giovinezza, la malattia non mi ha fatto vedere i nipoti, sono dodici anni che son vedovo, ma ho avuto una vita ricca.»

Quella lucidità durò poco. Tornò nel suo mondo e, nonostante i continui richiami, non riusciva a rispondere o, forse, aveva perso l’udito.

Dalla finestra entrò una zanzara, gli volò sopra la testa, lungo quelle braccia immobili e se ne andò. Il suo sangue, ora, era cattivo.

Gli ultimi giorni se ne stava sempre con gli occhiali da sole e la bocca spalancata, senza che ne uscissero suoni.

Lo andai a salutare, gli dissi che sarei partito, che sarei stato via qualche giorno, per portare la famiglia al mare. Rimase immobile, un corpo vuoto. Forse era riuscito ad ascoltare quello che gli avevo raccontato, forse sentì che se ne sarebbe andato a breve, e mentre stavo uscendo mi chiamò.

«Stefano!»

Risposi ancora prima di voltarmi: «Dimmi, Beppe!».

«Ciao.»

«Ciao, nonno.»

Stefano Pieroni

Blam

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