Quando i luoghi abituali diventano altro: «44°47′35.8″N 10°19′51.96″E» di Timothy Tambassi
Illustrazione di Dario Licata
Il termometro del telefono segna due gradi. Dalla finestra le pozzanghere mi dicono che piove ancora e che, soprattutto, è piovuto parecchio. Non ho una meta ma decido comunque di uscire: sciarpa, cuffia, giacca e ombrello per isolare i miei pensieri dalla pioggia e per tenere asciutti gli occhiali. Tra le mie fisime, l’associazione tra occhiali bagnati e stati di assoluta tristezza e felicità impone che oggi si mantengano asciutti, o almeno non troppo bagnati così da non far dire a chi mi incontra: «Guarda com’è triste quello!», oppure: «Guarda com’è felice quello!».
Questo pensiero dura circa trecento metri, quando, attraversando viale dei Mille e viale Vittoria, incontro due ragazzi, in bicicletta, al riparo sotto un balcone, che mi guardano: «Chissà se quello pensa che siamo qui, in due, in bicicletta, al riparo sotto un balcone, a fissarlo, perché siamo due spacciatori e vogliamo vendergli qualcosa. A ogni modo non ha gli occhiali troppo bagnati, quindi non è così triste o felice». Penso: «Chissà se quei due, in bicicletta, al riparo sotto un balcone mi fissano perché sono due spacciatori e vogliono vendermi qualcosa. A ogni modo non ho gli occhiali troppo bagnati, quindi non sembro né troppo triste né troppo felice».
Sentir continuamente parlare di spacciatori in viale dei Mille e in viale Vittoria rischia di farmi identificare viale dei Mille e viale Vittoria come due viali dello spaccio. Sentir continuamente parlare di spacciatori in viale dei Mille e in viale Vittoria rischia di farmi chiedere se chi incontro in viale dei Mille e in viale Vittoria sia o meno uno spacciatore. Sentir continuamente parlare di spacciatori in viale dei Mille e in viale Vittoria rischia di farmi notare l’assenza di spacciatori in viale dei Mille e in viale Vittoria quando i viali sono deserti. Sentir continuamente parlare di spacciatori in viale dei Mille e in viale Vittoria rischia di farmi considerare viale dei Mille e viale Vittoria come due viali dello spaccio anche in assenza di spacciatori. Sentir continuamente parlare di spacciatori in viale dei Mille e in viale Vittoria rischia di farmi considerare viale dei Mille e viale Vittoria come viali dello spaccio anche quando gli spacciatori si saranno spostati altrove. «Viale dei Mille è viale dei Mille!» penso. «Viale Vittoria è viale Vittoria!» aggiungo. Sbaglio, concludo.
Mi sono distratto abbastanza in questi trecento metri da percorrerne altri trecento e rendermi conto che, inconsciamente, non solo ho deciso di raggiungere la solita meta, ma anche di raggiungerla attraverso il solito percorso: via Luigi Musini, viale dei Mille, via I Maggio, piazza Giacomo Matteotti, via Tommaso Gulli, via Don Giovanni Bosco, via Padre Lino, via Umberto Benassi, piazzale Alberto Rondani, strada ponte Caprazucca, viale Francesco Basetti, viale Agostino Berenini, via Palestro, viale Magenta, viale delle Rimembranze, via Passo Buole e, infine, (parco del)la Cittadella. Disorientarsi, penso, richiede concentrazione; disallineare le proprie abitudini, forse, degli occhiali completamente asciutti; delineare percorsi alternativi è spesso pretestuoso, almeno se la meta non cambia.
Dall’ingresso, la Cittadella è diversa da come l’ho sempre vista. Il lato destro dell’area gioco bimbi è pressoché allagato. Il lato sinistro potrebbe esserlo, se non fosse per i tappeti elastici e le giostre a nascondere ai miei occhi parte della superficie. Sempre sul lato sinistro del mio campo visivo, scorgo le uniche due luci artificiali: quella del chiosco, ora chiuso, quella del vecchio ostello. Non vedo nessun altro essere umano. Sbaglio. Non sbaglio invece a pensare che, in tanti anni di frequentazione, non ho ricordi della Cittadella sotto la pioggia, dopo che è piovuto, deserta, contemporaneamente. Il mio paesaggio della Cittadella è soleggiato e popolato; se è deserto, fa anche buio. Vedo un paesaggio nuovo in un paesaggio che ho visto centinaia di volte.
Dicevo che non c’è nessun essere umano. Sbaglio. Un ragazzo vestito di nero si allena facendo delle ripetute su una salita che porta all’anello interno e poi ai bastioni. «Non sono solo» penso. «Non sono solo» pensa. Faccio la stessa salita per arrivare all’anello interno. Il ragazzo in nero è ora lontano. Qualche decina di metri dopo, incrocio un ragazzo col piumino militare. «Ha un piumino militare» penso di lui. «Perché ha l’ombrello aperto anche se non piove?» pensa di me. «Se lo reincontrassi non lo riconoscerei,» penso io, «anche se la Cittadella l’ho riconosciuta sotto la pioggia, dopo che è piovuto, deserta, contemporaneamente.»
Ci allontaniamo, non ci vediamo più, mi accorgo che non piove. Chiudo l’ombrello. Piove, apro l’ombrello. Non piove, chiudo l’ombrello. Piove, apro l’ombrello. Vedo un’utilitaria che gira, lenta, lungo le strade del parco. «Che cosa ci fa una macchina in Cittadella?» penso. «Mi viene a dire che chiudono la Cittadella» suppongo. «Vado via allora» concludo. Scendo dall’anello interno ai bastioni per percorrere la strada popolata dalle uniche due luci artificiali: prima quella del chiosco, ora chiuso, poi quella del vecchio ostello.
In direzione opposta, percorre la stessa strada una persona con un piumino giallo. Io cammino nella sua direzione, e viceversa. Sorpassa il primo vecchio ostello poi il chiosco che io non sono ancora arrivato. Si ferma sul lato della strada calpestando una pozzanghera. Mi fissa. Avvicinandomi, non riesco a capire se è un uomo, una donna, o un bambino. Dal cappuccio del suo piumino spuntano solo degli occhiali protettivi bagnati dalla pioggia. Accelero il passo e resta immobile nella pozzanghera. Al nostro incrocio, con la coda dell’occhio vedo solo che fissa lo stesso punto da cui ero arrivato. Mi allontano. Giunto all’ingresso della Cittadella, mi accorgo di non essere solo. C’è il ragazzo vestito di nero. C’è il ragazzo col piumino militare. Tutti sembriamo impazienti di uscire. Mi giro a cercare con lo sguardo il piumino giallo. È immobile, proprio dove l’ho lasciato. Esco per primo e vedo l’esterno della Cittadella sotto la pioggia, dopo che è piovuto, deserto, contemporaneamente. Mi sembra di vedere un paesaggio che ho visto centinaia di volte. Sbaglio. Mi accorgo di avere gli occhiali bagnati e tengo l’ombrello basso per non farli vedere.
Timothy Tambassi

