Una compagna di classe assente e un rapimento insolito: «Popol Vuh» è il racconto di Alberto Alassio

 Una compagna di classe assente e un rapimento insolito: «Popol Vuh» è il racconto di Alberto Alassio

Illustrazione di Gianluca Azzena

La bambina di nome Stefania aveva alzato la mano, per dire che forse lei lo sapeva come mai la sua compagna Gina era assente. La maestra aveva contenuto uno sbadiglio mentre le faceva cenno di parlare.

La bambina di nome Stefania aveva spiegato che forse Gina era assente perché era stata rapita. Nell’aula si era levato un mormorio. «Magari è già morta» avevano aggiunto Camillo e Clemente in un crescendo ridanciano. A quel punto la classe non era più riuscita a tenersi, ed era esplosa in supposizioni e sceneggiate. Perciò la maestra aveva sbattuto la mano sulla cattedra. Nessuno era stato rapito e nessuno era morto. La finissero di dire stupidaggini e aprissero il libro a pagina ventitré. Il capitolo sulla collina.

Nel silenzio precario la bambina di nome Stefania aveva di nuovo alzato la mano. Era evidente che volesse proseguire con il suo ragionamento. La maestra non ne poteva più e non erano neppure le otto e mezza. Già sul pullman era successo di tutto. La signora a cui non avevano ceduto il posto. Il vecchio razzista. L’autista che aveva inchiodato per dirgli di finirla, le automobili che suonavano i clacson all’impazzata e lui che era sceso a discutere e aveva quasi fatto a botte. La maestra era esausta. Per questo aveva finto di non vedere la mano alzata della bambina di nome Stefania, ma quella la spingeva sempre più in alto, la agitava come per salutare o raggiungere il soffitto. Allora aveva sospirato e spiegato che le avrebbe concesso di parlare un’ultima volta, domandandole però prima di aprire bocca, se ciò che voleva dire avesse una qualche attinenza con la collina. In caso positivo, la bambina di nome Stefania avrebbe avuto il permesso di parlare, in caso negativo, avrebbe dovuto tacere, e anzi, avrebbe dovuto iniziare proprio lei a leggere il capitolo dall’incipit bizzarro: «Diversamente dalla pianura, la collina è curva».

La bambina di nome Stefania, con il tono di chi è infastidito dal dover sottolineare l’ovvio, aveva affermato di non avere proprio nulla da dire in merito alla collina, mentre ciò di cui le premeva parlare era sempre la sparizione della sua compagna Gina. Avrebbe aggiunto solo un’ultima cosa molto importante infine avrebbe taciuto. I compagni non aspettavano altro. Erano tutti con gli occhi su di lei e poi sulla maestra, desiderosi di una sua risposta ovviamente positiva. «Parla allora,» aveva detto scocciata, «che vuoi dire ancora?, parla.» Camillo e Clemente si erano dati un cinque. La bambina di nome Stefania aveva detto che secondo lei, alternando molte parole a tanti ecco, Gina, ecco, era stata rapita dai Popol Vuh. Sempre all’unisono, i due fratelli avevano domandato chi fossero i Popol Vuh ma al posto di dire Popol Vuh avevano detto Popul Buh. Vittoria aveva riso senza motivo. Allegra e Claudia paragonavano le loro gomme, senza ascoltare. La maestra aveva nuovamente sbattuto la mano sulla cattedra. Non ne poteva davvero più. Era stanca e probabilmente anche incinta. Probabilmente avrebbe lasciato il suo compagno. Probabilmente era in una sorta di crisi esistenziale che la portava a svegliarsi di notte e sentirsi un fallimento e individuare come unica soluzione l’abbandonare tutto e andare a vivere in Irlanda. Il suo compagno russava, lei metteva la testa sotto al cuscino e ragionava: sono un fallimento. Perciò, meglio abortire o fuggire in Irlanda col bambino, lasciare il bambino in Irlanda e tornare qui o spedire entrambi in Irlanda e andare dove? Non lo sapeva. Come chiamarlo poi? O chiamarla? Non lo sapeva.

La bambina di nome Stefania aveva una sorella maggiore di cui invece si conosceva il nome, Cara, la quale, a sentire sua sorella minore, era un’autorità in merito ai Popol Vuh. Le aveva raccontato degli eroi gemelli, dei bambini rapiti da sacrificare alle divinità azteche. Il Dio pipistrello Camazotz. Camillo e Clemente fingevano di essere gli eroi gemelli e combattevano contro Camazotz. La maestra si era imbambolata a guardarli, intanto la bambina di nome Stefania continuava a parlarle senza prendere mai fiato, dietro di lei Vittoria con il dito nel naso, Cecilia che piangeva perché credeva a tutto quanto e tutto quanto la terrorizzava, gli altri compagni che chiacchieravano.

Risvegliatasi di colpo, la maestra aveva interrotto quel flusso confuso di parole e movimenti: si era alzata di scatto, aveva fatto cadere la sedia, e per un istante aveva vacillato, tanto da sentire la necessità di appoggiarsi alla scrivania. Quindi aveva spiegato a Cecilia che era una stupidaggine quella storia, che si dessero tutti una calmata e mentre lo diceva le sembrava di essere come l’autista del pullman che sgridava il vecchio, ma anche come sua madre che sgridava lei e di colpo si sentiva lei stessa una madre e rabbrividiva. Gina non era affatto scomparsa. Sarà stata malata. È vero, prima che glielo ricordassero loro, lo sapeva anche lei che Gina non si ammalava mai – al punto che le maestre l’avevano soprannominata «Gina l’immortale» – ciò detto, c’era sempre una prima volta. E ora, per tranquillizzarli, avrebbe mandato un messaggino a sua madre.

Dopo aver finto di scrivere al telefono, si era rivolta con severità alla bambina di nome Stefania, dicendole che adesso la questione era chiusa e non si azzardasse a continuare con quella storia assurda. La bambina di nome Stefania l’aveva guardata in cagnesco. Invece non era assurdo proprio niente, perché la loro zia, la sorella di mamma, era scomparsa quando aveva quindici anni, e secondo lei e anche secondo sua sorella erano stati proprio i Popol Vuh o comunque uno di loro a rapirla, sta di fatto che sua madre e sua zia stavano semplicemente camminando per le strade del centro e un attimo dopo sua zia non c’era più. La classe di colpo era ammutolita. Nella pancia, la maestra aveva sentito un sussulto, e dato che quel sussulto era identico a quando la madre di Clemente e Camillo aspettava la sorellina, piuttosto che ammettere la verità, se gliel’avessero chiesto, avrebbe detto di aver scorreggiato. Non ce la faccio più, si ripeteva, non ce la faccio più. Diversamente dalla pianura, la collina è curva. Diversamente o forse invece proprio come Gina, la sorella della madre della bambina di nome Stefania era scomparsa quando aveva quindici anni e si trovava in centro per comprare delle scarpe, degli zoccoletti aveva specificato, e l’unica cosa che si ricorda sua madre è un’ombra dietro di lei, un’ombra gelida intravista nel riflesso di una vetrina e poi sua zia non l’avevano trovata mai più. La polizia l’aveva cercata in lungo e in largo come si dice, tutti, anche suo nonno, infatti era impazzito e morto di dolore, e per questo anche sua madre era stata molto triste, per molto tanto tempo. Claudia e Allegra avevano la bocca aperta a metà e la maestra aveva fatto loro segno di chiuderla. Quindi alla bambina di nome Stefania aveva detto che non lo sapeva di sua zia, che le dispiaceva molto, davvero tanto, adesso però bisognava assolutamente concentrarsi sulla collina, e la bambina di nome Stefania aveva alzato le spalle e aperto il libro a pagina ventitré. Mentre passava il dito sopra i contorni delle figure, aveva detto che anche a lei dispiaceva, ma di più per Gina perché comunque era sua amica, sua zia invece non l’aveva mai vista quindi le cambiava poco, inoltre erano passati almeno trent’anni se non cinquanta, ormai sua zia sarebbe stata comunque quasi vecchia, invece con Gina, se tutti si davano una mossa, la si poteva ancora salvare. I Popol Vuh non erano lontani, aveva aggiunto sottovoce, guardandola in modo strano. Con insolita timidezza Camillo aveva domandato se sulla LIM ci fosse una foto di questi Popol Vuh, tipo un identikit aveva esclamato euforico Clemente, e Vittoria e Cecilia avevano infilato la testa dentro i loro zaini in risposta. La maestra avrebbe voluto dire: ora sulla LIM cerchiamo delle case in affitto in Irlanda. Invece aveva tirato fuori il telefono per chiamare la madre di Gina, e il suono del telefono vicino al suo orecchio era così diverso dal solito che l’aveva inquietata.

Alberto Alassio

Blam

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