Nessuno sopravvive da solo: «Perdurare» è il racconto di Paolo Federico
Illustrazione di Alessandra Ciangoli
Pino stava invecchiando da solo. Rimaneva tutto il giorno imbronciato, schiacciato tra quattro palazzine, a pontificare a sé stesso, scorticato dal tempo e scolorito dallo smog. Durante le riunioni, gli inquilini lo ignoravano.
«Un cortile in questo stato? Voi non avete rispetto per il suolo che calpestate» avrebbe voluto dire.
Semmai si fossero sforzati di ascoltarlo, il signor Pino avrebbe proposto di curare il giardino condominiale. Di finirla di smerciare anche il loro palazzo a un esercito di rotelle e sguardi disorientati. Dita che non sanno neanche distinguere un citofono da un altro. Forestieri incapaci di chiudere le porte di un ascensore.
Ma nessuno gli aveva mai parlato, fino all’arrivo di lei. Migrata da chissà quale luogo transalpino, la signorina Edera comparve nel palazzo probabilmente portata dal vento, e il suo arrivo fu per il vecchio Pino come un tocco di colore in quel cortile di biciclette incrostate e ferrame di condizionatori, obitorio di intonachi crepati e scheletri di siepi. Finalmente qualcuno si interessava a lui.
La signorina Edera, senza alcun invito, si era inclinata verso il vecchio Pino imbronciato: «Se le dico buona giornata, la offendo mica?». Rideva, senza timore di manifestare ogni ruga che le ramificava il sorriso.
«Umpf. Lei è nuova qui, ma lo capirà presto. L’egoismo dilagante ci farà marcire tutti…»
La signorina Edera non lasciava che le brontolate di Pino si disperdessero, ma le assorbiva. Mentre saliva e scendeva tra i piani, sfogliava la corteccia del vecchio come una cipolla. Iniziarono a darsi del tu.
«Perché non allunghi uno sguardo fuori ogni tanto? C’è un mondo di cose qui intorno. Interi piani, torri pieni di glicine magnifico, panorami che per vederli vengono qui da tutte le parti.»
«Tu sei giovane, ma per i vecchi come me il problema è proprio questo: troppe cose intorno. Tra ferro e palazzoni, per noi non c’è più spazio. Possiamo solo assistere inermi al barbarico inquinamento dei nostri ricordi.»
La signorina Edera alzava uno sguardo al cielo. «Pino, a questo punto ti direi buttati di sotto, ma non si può fare perché abiti al piano terra. Allora facciamo così: tirati su!»
Ogni giorno la signorina Edera si divertiva a punzecchiarlo.
«Hey Pino, oggi mi arriva un pacco importante, indichi tu la scala al corriere? Mi raccomando, eh, non te ne andare in giro proprio oggi.» Pino scrollava le giunture impolverate, ma dall’interno sorrideva.
Da quando si era infiltrata in quel condominio di serpi, la signorina Edera aveva rinvigorito la curiosità del vecchio. Ogni volta che una chiave si infilava nella toppa del portone, lui non si ritraeva aspettandosi la puzza di sudore dei turisti. Adesso un brivido gli risaliva lungo il tronco ammaccato, tra le macchie di urina ristagnata e le protrusioni, nella speranza che fosse lei a passare. Che la signorina Edera, invece di salire fischiettante, magari si sarebbe decisa a puntare dritta verso l’inutile ombroso piantato al piano terra, che si ostinava a non morire.
«Ti piace il davanzale così? Con l’effetto che ho creato tra i vasi?» diceva la signorina Edera.
Pino cominciava a rialzare lo sguardo più spesso, incurante delle feci dei piccioni, solo per poter annuire verso la signorina Edera e dirle che non c’era paragone con l’inquilino di prima, e il davanzale adesso era un trionfo in mezzo all’incuria degli affittacamere. La signorina, da nuova rampolla del palazzo, ormai si stava ambientando sempre di più e il suo entusiasmo riusciva a contagiare anche il vecchio Pino, ridandogli un po’ di colorito.
Solo che poi arrivò la maledetta riunione di condominio a rovinare tutto. Scatenati dal manipolo di proprietari con fini di locazione turistica e armati di termini astrusi come «cappotto termico» e «bonus edilizi», una serie di ingranaggi umani in salopette si introdusse nel cortile, trasportando ammassi di ferraglia modulare. E così, ponteggi e reticoli e tabelle di piombo ingabbiarono le civetterie di Pino e Edera in una geometria di interruzioni, in cui i loro sguardi dovettero inseguirsi tra secchi e calcinacci.
Finché la signorina Edera iniziò a non fermarsi più. Fissava solo in alto.
«Edera, dove vai? Non mi racconti più niente?»
Sopraffatto dalla mancanza di risposte, Pino chiese a uno stormo di volatili di indagare fino al lungofiume per riportare i dubbi tra i platani, gli unici di cui si fidava fuori del condominio. I soli con abbastanza esperienza e radici robuste nel tessuto urbano. Ma le notizie che tornarono non furono incoraggianti: stavano rifacendo le facciate di tutta la zona. Glicine era morto quasi ovunque. Persino Passiflora, l’amica di Edera di cui Pino conosceva tutti i pettegolezzi sulle vicende umane che raccoglieva tra i suoi rampicanti, perfino lei soffocava tra i ponteggi. I muratori la strappavano a fasci lasciandola cadere per interi piani, per poi caricare i resti sui furgoni.
«Edera, Edera!» urlò il vecchio Pino, rinsecchito dall’angoscia crescente. Quei mercenari di fronte a lui erano passati a scorticare gli intonachi. E il brivido che adesso Pino percepiva lungo il tronco non era più qualcosa di piacevole. Alla curiosità, si era sostituito il terrore.
«Edera! Rispondi, ti prego!»
Avvinghiata alla vita con tutta la linfa rimasta, la signorina Edera stava riuscendo a farsi strada tra alcuni tubi di ferro. Si protendeva, trapassando le fessure tra due assi.
«Pino…» rantolò, con gli ultimi sforzi. «Aiutami, fammi passare…»
Il vecchio Pino stiracchiò ogni suo ramo, ma era troppo vecchio, e aveva subito troppe potature. E così… zac!
Le frange di Edera, quella bellezza transalpina, con i suoi germogli divenuti grovigli di rametti rigogliosi, ambiziosi pionieri e minatori di fessure in grado di elevarsi fino a chissà dove, adesso giacevano al piano terra, davanti alle radici nodose del vecchio Pino, ricoperte di piastrelle macchiate di fuliggine. Le urla di dolore di Pino viaggiarono attraverso il suolo fino a raggiungere i Ficus di corso Vittorio e i Platani di viale Giulio Cesare. Poi i Platani trasmisero il messaggio ai Larici del lungofiume, che a loro volta lo diramarono tra le foglie. E a quel punto, tutti iniziarono a spingere. Piccoli fori nella pavimentazione stradale divennero buchi, e quei buchi ripiegarono i materiali su sé stessi fino a crepare le mattonelle e a rialzare il terriccio.
Nessuno ha mai saputo che la prima minuscola breccia di quella strana malattia degli alberi cittadini era partita da un cortile di via degli Spigoli, quando la radice di un vecchio Pino aveva sollevato uno spiraglio per farci infilare la signorina Edera.
E da quel momento, in barba a tutti i cantieri del mondo, i due avevano messo radici insieme. Edera è diventata una signora ora. Sfoggia le sue biforcazioni lungo il tronco del vecchio Pino, donandogli nuova linfa e allungandogli la vita. I turisti hanno iniziato a fotografarsi di fronte ai coniugi, con i trolley tenuti lontani, per non incespicare nelle radici lasciate scoperte. Il vecchio Pino ha continuato a non sopportarli, ma perlomeno non è più invecchiato da solo. Perché è normale indurirsi, diceva il signor Pino di via degli Spigoli. Ma mai farsi abbattere.
Paolo Federico

