Un amore tra tessere di puzzle impossibili da incastrare: «Pazzle» è il racconto di Rachele Toparini

 Un amore tra tessere di puzzle impossibili da incastrare: «Pazzle» è il racconto di Rachele Toparini

Illustrazione di Fabiana Pirrera

Nel mondo delle forme geometriche perfette, Vago era un pezzo fuori misura. Il suo profilo era un’insenatura di cartone informe, tinta di un azzurro salmastro e opaco come il mare di notte. L’onda lì in mezzo a Vago non era solo un elemento estetico ma il segno di un’inquietudine, un desiderio così forte e senza nome da renderlo instabile su qualsiasi superficie piana e incapace di incastrarsi con nessun altro.

Per placare il suo moto interiore, Vago si era imposto l’altruismo, persino in modo meccanico: passava il tempo a calcolare come far combinare i vicini, smussando i bordi altrui per agevolare il disegno comune.

Tutti lo chiamavano «pezzo di puzzle», ma lui preferiva pazzle. Un puzzle è soggetto a un ordine logico per essere ricomposto; un pazzle, invece, no. È un’insurrezione della materia che accetta la propria anomalia senza volerla riparare. Vago passava i pomeriggi a osservare le altre tessere, quelle perfette, unirsi febbrilmente per completare l’immagine rassicurante di un prato come unico destino possibile. Aiutava persino i pezzi di cornice a trovarsi.

Poi un giorno arrivò Sgarbo. Anche lei era un pezzo di pazzle, fatta di una grana nervosa, che vibrava sotto la superficie. Aveva un piglio sfrontato, ai limiti dell’insolenza. Sgarbo era di un indaco scuro, che non aveva nulla a che vedere con i colori degli altri pezzi, quelli regolari, tutti verdi come il prato; stava lì, inclinata di pochi gradi rispetto alla griglia, come a voler dichiarare la propria estraneità. Aveva un nucleo immenso e ferito, ma lo teneva nascosto dietro una spigolosità tagliente. La cellulosa di Sgarbo era stata forzata troppe volte e per resistere si era imposta una rigidità senza pari.

Vago, da canto suo, non riuscì a ignorare tutto questo. Finalmente non c’era nessuno da aiutare, c’era solo un vuoto che somigliava al suo. Si guardarono, Vago e Sgarbo, per quel riconoscimento muto che avviene tra simili, tra chi non ha più bisogno di nascondersi all’altro, entrambi si mostrarono nelle rispettive irregolarità fino a toccarsi.

Vago scostò lo sguardo dai bisogni delle altre tessere e si accorse di sé; Sgarbo dimenticò la sua rigidità e si accorse del proprio nucleo. In quell’unione furono, per la prima volta, liberi.

L’onda azzurra di Vago si incastrò nella rientranza indaco di Sgarbo, e i bordi smisero di essere confini. Il loro era un groviglio di cartone e desiderio, al punto che i loro colori si fusero restituendo una verità che il disegno del puzzle non aveva previsto.

Poi il contatto cominciò a cedere. I bordi esitarono fino a tornare confini. Restò una pressione minima, una tenuta impercettibile lungo i denti dell’incastro. Il cartone oppose una resistenza flebile, come se le fibre, disordinate dal contatto, non ritrovassero più la loro posizione. Si udì un tic smorzato, seguito da un fruscio raschiato, quasi polveroso. Le fibre, tese per l’attrito, cedettero in piccoli strappi irregolari. Non ci fu un distacco netto, plateale, ma una serie di cedimenti. Dove prima c’era coincidenza, ora c’era un leggero dislivello. Su uno dei lati una fibra se ne stava sollevata appena, fuori asse. In un niente, così come s’erano uniti, tornarono a essere Vago e Sgarbo, due forme separate, benché indistinte.

E rimasero lì, vicini ma mai più coincidenti. In quel ritorno alla rigidità, Sgarbo riconobbe a Vago il merito di averla costretta a guardare la propria irriducibilità. Non c’era nulla di confortante in questo, solo la conferma violenta di non essere fatta per gli altri, di non poter mai combaciare con nessuno. Le aveva restituito il diritto di essere spigolosa, senza l’obbligo di doversi perdonare. Vago, invece, continuava a levigare i propri angoli, fingendo che l’abitudine del prato gli bastasse per sentirsi intero.

Eppure, da allora, ogni volta che i loro bordi si avvicinavano, non avevano bisogno di cercare davvero. Bastava quella minima anomalia – la fibra fuori asse, quel difetto irrilevante per il disegno – per riconoscersi prima ancora di toccarsi. Non abbastanza distanti da perdersi, non abbastanza giusti da appartenersi.

Rachele Toparini

Blam

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