Di certi amori dell’infanzia: «Pane e zucchero» è il racconto di Giovanna Ruffatto

 Di certi amori dell’infanzia: «Pane e zucchero» è il racconto di Giovanna Ruffatto

Illustrazione di Francesca Paola Turco

Oggi sono tornata a casa di mio padre, in Borgata Malone. Era la frazione dove giocavamo io, te e i tuoi fratelli, fuori dalla vostra cascina. Subito la nostra via non l’ho riconosciuta, devono anche averne cambiato il nome. Ero così presa dalla smania di arrivare che ho proseguito dritta, senza riconoscere l’incrocio, così sono dovuta tornare indietro e fare manovra nella piccola piazzola davanti al bar. Mi sono fermata davanti alla tua cascina. Era buia.

La prima volta che ero arrivata in paese non conoscevo nessuno. Un giorno io e mami eravamo sul muretto e siete arrivati voi quattro, chissà da dove.

Maurizio aveva il visetto tutto sporco, Tommaso rincorreva le farfalle, Saverio rideva e tu, Franco, che eri il più bello e il più grande di tutti, ti sei presentato, dopo che hai chiesto il mio nome, mentre mangiavi pane e zucchero.

Avevo sei anni, ero appena arrivata dalla città e mi sentivo un po’ spaurita in quel luogo deserto, tra il cicaleccio degli insetti e il sussurro del vento.

«Se vuoi puoi venire a far merenda a casa nostra» mi avevi detto.

Dopo che mami aveva annuito, dandomi il permesso, mi sono avviata con voi, titubante, verso la cascina, mentre i tuoi fratelli mi facevano un sacco di domande. E tu, che eri l’unico che mi interessavi, ti eri sistemato all’inizio della fila come un capobranco, mentre io cercavo di non rovinare i miei sandaletti camminando un piede innanzi all’altro in uno dei due solchi lasciati dai trattori.

Quando siamo entrati attraverso il grande cancello verde che dava sul cortile, tua madre sembrava non essersi accorta di me. Aveva indosso un grembiule sdrucito a cui mancavano i bottoni, i capelli raccolti in una crocchia, la faccia stanca.

«Piacere, io sono Flora» mi aveva detto dopo circa un’ora che giravamo per casa e mi mostravi la tua cascina. C’erano una grande cucina con il potage, le sedie di paglia, una credenza e la camera dei vostri genitori; il corridoio piccolo e spoglio collegava le due stanze e un giaciglio di lenzuola, ancora sporche di urina, dove dormivate in quattro. Dio solo sa come ci stavate tutti lì dentro, di notte.

Da quel giorno, abbiamo passato tutti i pomeriggi a giocare a nascondino, tra le strutture delle case in costruzione, salendo su rampette che sarebbero diventate scale, negli appartamenti con i mattoni a vista, tra le pareti prive di porte.

Una sera ho conosciuto anche tuo padre. In un angolo del cortile stava vomitando un liquido rosso che mi era parso sangue. Allora ero corsa a casa a chiamare mio padre che lo aveva messo a letto, non prima di averlo sgridato. Tuo padre aveva dormito per ore e quando si era svegliato, si era presentato: «Scusa, mi chiamo Cesare. So che sei la nuova amica dei miei figli» aveva biascicato.

Così ogni giorno, dopo la scuola, venivo in cascina. Un pomeriggio ho trovato Maurizio che ondeggiava col suo bacino da dietro su Saverio, che rideva.

«Lasciali stare, fanno finta di scopare» mi avevi detto tu, scocciato.

Non avevo capito, allora. Poi Maurizio, senza parlare, mi aveva messo in mano delle foto esplicite di parti intime, di cose che non avevo mai visto. E tu, per distrarmi, avevi preso a baciarmi, prima piano sulle labbra, poi con le labbra umide, e infine con la lingua. Non so dirti se mi fosse piaciuto. Ero solo in imbarazzo per la presenza dei tuoi fratelli che ci fissavano.

Da quel pomeriggio, senza dircelo a voce alta, mentre ci rincorrevamo e qualcuno degli altri contava, noi cercavamo un anfratto dove baciarci tra l’umido della saliva e il tuo odore di selvatico. E poi, quando i tuoi fratelli erano diventati più insistenti, mi avevi portato tra i rovi dietro casa, prima dei campi in cui andavo a raccogliere l’erba medica per i conigli e con quella scusa, mi ci infilavo, facendomi strada tra le fronde delle betulle. Tu eri già lì, vicino a un tronco scrostato di bianco, mi avevi tirato un po’ giù le mutandine, poi ci avevi infilato la mano.

Non sapevo bene cosa stessi facendo, ma mi piaceva quel tuo toccarmi. Poi anche tu avevi tirato un po’ giù i tuoi pantaloncini corti, ti eri avvicinato e, mentre ci eravamo strusciati le sbucciature delle ginocchia, avevamo fatto la pipì insieme.

Mio padre doveva aver avuto qualche dubbio su di noi, ma poi un pomeriggio sono tornata a casa con il pollice gonfio e dolente per la puntura di un’ape e mi ha lasciata perdere.

Una mattina, all’improvviso, è arrivata la sentenza del giudice che mi affidava di nuovo a mia madre. Ho dovuto preparare la valigia di fretta. Non mi hanno neanche dato il tempo di venire a cercarti per dirtelo, te lo giuro. E il giorno dopo sono dovuta partire, che non era ancora giorno, per la città.

Sono tornata a trovare mio padre in Borgata Malone solo oggi, dopo anni, e solo perché mami mi ha avvisato, che è appena stato operato al cuore.

Se mi chiedessero che ne è stato dei bambini che saltellavano nei fossi mentre i prati si riempivano di acqua per irrigare i campi, che si nascondevano tra le spighe di grano, tra i cunicoli nascosti per cercare i primi papaveri o i fiordalisi di inizio estate, che fingevano di sciare sull’erba alta accanto alla casa e che avevano il batticuore dopo aver finito una corsa e urlato a squarciagola «libera tutti!», non saprei rispondere.

Lo stesso risponderei a mio padre se mi domandasse: «Ma ti ricordi quando vivevi qui e mami preparava la merenda per te e i tuoi amici, perché volevi essere uguale a loro?».

«No. Non mi ricordo niente» gli direi.

«Solo pane e zucchero

Che poi eravamo io e te.

Giovanna Ruffatto

Blam

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