Nessuno se ne va per sempre: «Medicine» è il racconto di Claudio Bellon
Illustrazione di Dario Licata
La sera, prima di infilare i libri nello zaino e spegnere la lampada a forma di razzo, sollevavo la cornetta del telefono fisso e digitavo il numero della madre di mia madre, per ricordarle di prendere le medicine.
«Tutto sotto controllo» rispondeva. «Buonanotte.»
A dire il vero, nell’ultimo periodo era lei a essere in pensiero per me, con la stessa premura con cui io mi preoccupavo per la sua salute. Mi aveva visto fumare sotto casa; tornare a pranzo con gli occhi arrossati dalla marijuana; rispondere male alla mia, di madre. Da lei aveva saputo che rischiavo la bocciatura in diverse materie – i professori avevano consigliato ripetizioni di Latino, Greco e Matematica – e che passavo i pomeriggi a zonzo con i miei amici a fare chissà cosa.
Tra i tredici e i quattordici anni ero cresciuto di colpo, come se mi avessero dato il fertilizzante. La pelle tenera delle mie dita da bambino aveva lasciato il posto a una più ruvida e orientata alla scoperta del sesso, dell’hashish, delle sere passate al Quartier Generale insieme a Gi, Axel e tutti gli altri.
L’ultima volta in cui abbiamo parlato, io e mia nonna, eravamo nel suo salotto, con la televisione accesa. Lei mi disse: «Non chiami più per chiedermi se ho preso le medicine. Pensi non me ne sia accorta?».
Era consapevole che il mio affetto per lei era intatto, ma aveva capito che qualcosa in me era cambiato. La mia attenzione era altrove.
«Lo so» risposi. «Ma non devi preoccuparti.»
«Mi preoccupi, invece. Un pochino mi preoccupi. È bene che tu lo sappia.»
Quella sera uscii da casa sua e la rividi qualche giorno dopo, in ospedale.
A volte soffriamo le cose in anticipo. Ci tormentiamo nell’attesa, e poi scopriamo che la realtà è diversa. Talvolta meno dolorosa di quanto ci aspettassimo. Nella mia mente avevo già fissato con chiarezza l’istante in cui il suo cuore si sarebbe fermato per sempre e il suo corpo avrebbe cessato di appartenere al mondo dei vivi per scivolare in quello degli esseri inanimati, al pari delle lampade, dei tappeti, delle maniglie delle porte.
Il giorno in cui è morta non ho sentito dolore. Sono andato al cimitero per la sepoltura, poi non ci sono mai più tornato.
Nel primo periodo mia madre me lo fece pesare. «Dovresti vergognarti» diceva. «Sei bravo a dimenticare in fretta chi ti ha cresciuto.» Alla fine smise di chiedermi di accompagnarla.
Nel corso degli anni ho ripensato solo di rado a quella signora dai boccoli biondi e svolazzanti. Da quando mi sono trasferito all’estero, non ho mai più visto una sua fotografia. Né ho mai più sentito la sua voce, in nessun vecchio filmato, in nessuna registrazione. Ogni tanto, però, mi capita di fare un sogno. Un sogno in cui ci sono tutti. Tutti quelli che ho amato. Siamo riuniti attorno a un tavolo a condividere un pranzo. E in qualche modo tutti mi amano tantissimo. Mia madre è orgogliosa di me per una ragione che non conosco. La nonna è elegante, in salute. Non serve che le ricordi le medicine e lei non è delusa da me. Nessuno lo è. Non esiste troppo tardi, qui, o troppo poco. Mio padre è di nuovo giovane: il suo volto splende, libero da ogni responsabilità. Ci sono tutti i miei amici. Il mio cuore è integro. Non c’è vuoto in me, quindi non desidero l’amore, la vita è completa. E piango di contentezza, perché per la prima volta non ho più paura che qualcuno, all’improvviso, si alzi e se ne vada.
Claudio Bellon

