Una città invisibile e una bambina-guardiana apparsa dal nulla: «Layla» è il racconto di Gianfranco Martana
Illustrazione di Fabiana Pirrera
Alla fine del vicolo, un alto muro segnava il confine della medina. Dall’altro lato, qualche decina di metri più in basso, doveva esserci il porto. Sulla sinistra prima, sulla destra poi, altri due vicoli si diramavano, perpendicolari al mio. Il secondo costeggiava il muro, e siccome volevo avvicinarmi all’oceano, mi diressi d’istinto da quel lato. Sennonché, all’incrocio con il primo vicolo apparve una bambina sui nove anni, che indossava una gandora celeste ornata di candidi ricami.
«È chiuso» disse in francese, accennando al secondo vicolo con lo sguardo annoiato di un’anziana guardiana. «Per il porto di qua.»
Fece un passo dentro il primo vicolo, sicura che l’avrei seguita, ma non lo feci subito. Le rivolsi invece un sorriso dubbioso, come a dire che non ero lì per prendere ordini.
«È chiuso» ripeté, liquidando la questione, e questa volta si avviò senza esitazioni, sebbene lentamente, torcendo il collo per invitarmi e tenermi d’occhio. Sembrava offesa per la mia titubanza, forse anche delusa per la mia ottusità.
Potevo ignorarla, ma se quel vicolo fosse stato davvero senza uscita oppure ostruito per qualche motivo, sarei stato costretto a tornare indietro e l’avrei ritrovata lì ad aspettarmi, più offesa e delusa di prima.
Mentre mi chiedevo cosa fare, un gatto mi passò accanto e s’infilò nel vicolo proibito.
«Per il gatto non è chiuso» dissi, con l’aria di saperla lunga.
La bambina si fermò.
«Il gatto non va al porto.»
«E perché no? È lì che trova il pesce.»
«È chiuso» disse ancora, in tono più fermo, per mettere in chiaro che non mi avrebbe concesso un’altra possibilità.
«Ti piacciono i gatti?» domandai, nel tentativo di prendere tempo.
«Non lo so.»
A Tangeri i gatti erano ovunque, rispettati come divinità. Chiederle se le piacessero era come chiederle un giudizio sulle pietre del muro.
«Va bene, andiamo» dissi, per provare a guadagnarmi un po’ della sua stima.
La bambina riprese a camminare. Una lunga treccia di capelli neri le oscillava sulla schiena al tempo dei suoi passi. La seguii a qualche metro di distanza, fingendo una malavoglia che già non sentivo.
Nel vicolo non percepii altri esseri viventi. Le uniche voci erano quelle di sparuti gabbiani che sorvolavano le mura per sfuggire alla noia dell’oceano. Alzai gli occhi verso le finestre: nessuno. Le porte: tutte chiuse. Da dov’era venuta quella bambina? Decisi di chiederle il nome, per aggrapparmi a qualcosa di tangibile.
«Layla» rispose, senza voltarsi.
«Ah, Layla: “notte”. Ti hanno chiamata così perché è di notte che sei nata?»
«Non mi ricordo, ero molto piccola.»
Sorrisi a quella logica implacabile.
«Io mi chiamo Gianfranco. Non significa niente, ma se può interessarti sono nato alle otto di mattina.»
Non le interessava affatto. Quando arrivò alla fine dell’isolato, svoltò a destra in un altro vicolo. Sarei stato aggredito dalla sua famiglia come nella più banale delle trappole? Decisi che valeva la pena di correre il rischio.
Quando ebbi svoltato anch’io, mi trovai di fronte a un piccolo arco aperto nelle mura, oltre il quale una stradina scendeva lungo la scarpata; più lontano, la massa scura dell’Atlantico era venata dei riflessi di un sole agonizzante. Layla mi aspettava al margine dell’arco con l’aria solenne di una guardia di frontiera.
«Grazie per avermi guidato in questo labirinto» dissi, offrendole qualche moneta.
«Di nulla» rispose, e strinse le monete nel pugno senza occuparsi di contarle, senza nemmeno pesarle con gli occhi. «Ma cos’è un labirinto?»
«È un posto dove entri e non sai come uscire, perché finisci sempre contro un muro.»
«Questo succede se non conosci il posto.»
Dopo aver parlato, Layla non si era mossa: aspettava che fossi io a farlo, perché non credessi che mi aveva accompagnato per la mancia; o forse voleva assicurarsi che avrei abbandonato il suo territorio. Quindi la salutai, attraversai l’arco e abbordai la discesa, dove il vento gelido dell’oceano cominciò subito a graffiarmi la pelle. Mi convinsi che avrei fatto meglio a tornare nella medina per cercare un po’ di calore, così feci marcia indietro e riattraversai l’arco. Ora il vicolo mi appariva buio, il chiarore delle case sul punto di spegnersi. Per un attimo mi sembrò di vedere in lontananza la gandora celeste di Layla, ma era solo la decorazione di una porta. Chissà dov’era finita. Forse era rientrata in casa o forse era corsa a comprarsi dei dolci con le monete ancora strette in pugno.
Avrei potuto entrare nel vicolo dal quale mi aveva distolto e scoprire la verità senza sentirmi giudicato dal suo sguardo, ma preferii restare nel dubbio per avere qualcosa su cui rimuginare prima di addormentarmi. Presi la direzione opposta e tirai su il bavero della giacca. Mezzo nascosto in un angolo, un gatto grigio spolpava una manciata di sardine che qualcuno gli aveva offerto per rabbonirlo o per ricompensarlo di una grazia ricevuta. Layla aveva ragione: i gatti di Tangeri non hanno bisogno di andare al porto per trovare il pesce. Forse non mi aveva ingannato, forse quel vicolo era chiuso davvero.
Sul silenzio del crepuscolo si avventarono all’unisono le preghiere metalliche dei muezzin, come sirene in tempo di guerra. Affrettai il passo in cerca di un rifugio, svoltando a casaccio di qua e di là. La solitudine cominciava a pesarmi, e già rimpiangevo le parole asciutte che Layla mi aveva concesso come spiccioli. Incrociai un uomo, che sembrò non accorgersi della mia presenza. Dopotutto, in quei vecchi budelli non ero nessuno: perfino un gatto grigio valeva più di me.
Gianfranco Martana

