Sono gli anni Settanta e un uomo è tra i ghiacci del mar Baltico senza sapere se farà ritorno a casa: «La scorza» è il racconto di Stefano Lazzari
Illustrazione di Angela Barbiera
Era impossibile stare sul ponte della nave senza occhiali, il sole era lacerante. Prima di fare colazione col resto della ciurma, saliva qui e beveva caffè scrutando l’orizzonte in direzione est sud-est. Da lì sarebbe dovuta arrivare la rompighiaccio; la stavano aspettando da sedici giorni. Si vedevano solo pianure di luce e di ghiaccio e un cielo di un azzurro talmente intenso da sembrare artificiale. Un altro giorno in attesa, in mezzo al Baltico. In quel mare solido ci dovevano essere molti altri prigionieri, pensò. Si chiese quando li avrebbero liberati. Dalla radio sempre lo stesso ritornello: «Stiamo arrivando, non temete».
Rimpianse di aver mandato solo un telegramma a casa, prima di salpare. Avrebbe avuto tempo per una telefonata, ma il capitano era già nervoso: i funzionari doganali della Germania dell’Est erano stati più puntigliosi del solito; perciò non era il caso di attardarsi. Da Rostock a Stoccolma dovevano essere appena due giorni di navigazione. Poi il rientro a casa in aereo e un mese di licenza.
Bevve un sorso di caffè e tornò a nascondersi dietro la sciarpa di lana. Tremava, centellinando il caffè. Affrettarsi a tornare sottocoperta significava arrendersi a un altro giorno di licenza perso. L’allegria dei primi tempi era scomparsa, nonostante la buona compagnia e la paga per riposarsi in mezzo al mare. Birra e tabacco erano finiti e non se ne poteva più di giocare a carte. Da mangiare erano rimaste solo gallette.
Restò lì qualche altro minuto. Il tempo di illudersi ancora un po’, di scorgere qualcosa muoversi nella continuità di quel mare solido che li teneva intrappolati. Tutto goffo per colpa dei guanti spessi, bevve ancora un sorso di caffè. Sperò di non perdersi il Natale, la sua festa preferita: l’unico momento in cui tutta la famiglia si ritrovava in Salento. Lui in licenza, i suoi figli che rientravano dal Nord Italia. Sua moglie era quella che aspettava sempre tutti. Sorrise malinconico immaginandosi la cucina di casa e le leccornie preparate dalla moglie. Di certo non mangia gallette, quando è sola.
Lo sguardo vagava alla ricerca di una speranza, ma c’erano ghiaccio e cielo in tutte le direzioni. Pensò al muro di gallette stipate nella dispensa, per tranquillizzarsi. Avrebbero anche potuto pescare, con un po’ di difficoltà, ma era sempre un’opzione. Il mare era solido solamente in superficie; in profondità era pieno di pesci. Una scorza di ghiaccio separava l’apparente morte algida in superficie dalla vita sottostante. Come un frutto capriccioso che non concede facilmente polpa e succhi. A differenza dei cocchi freschi del Mar dei Caraibi, il cui latte dolcissimo si arrendeva a un colpo secco di machete.
Scelse il menù del condannato a morte: pasta fatta in casa da sua moglie col sugo fresco, calamari fritti inondati di succo di limone, espresso al bar di Enzo per chiudere. Magari un dolce veneziano, appena sfornato.
Un’improvvisa folata di vento lo riportò alle gallette che lo aspettavano in cambusa. Prese l’ultimo sorso di caffè, richiuse il thermos e rimase a scrutare l’orizzonte. Quanti giorni ancora? Era sua moglie l’esperta delle attese, non lui. In Salento era meglio che in mezzo al mare, ma anche per lei erano altri a decidere quanto avrebbe aspettato. Lei sognava di aprire un ristorante, glielo aveva accennato quando i ragazzi avevano cominciato le superiori. Avrebbero potuto provare con un locale piccolo. Poi i figli erano partiti per il Nord, a cercare lavoro, e gliene aveva parlato per la seconda e ultima volta.
Guardò il mare ghiacciato e rifletté sul punto di non ritorno a partire dal quale è impossibile cambiare traiettoria. Quando succede in aereo, non è più possibile tornare al punto di partenza con il carburante che si ha, si può solo andare avanti. Una brutta sensazione, soprattutto se si sorvola un oceano. Per questo preferiva le navi, si può sempre tornare indietro o si aspetta di essere salvati. Si convinse che ce l’avrebbe fatta a tornare per Natale. Anche se i suoi figli erano grandi, aveva preso dei regali: una bottiglia di vermouth e dei dolci esotici. Per sua moglie ancora nulla. Troppo tempo e nessuna idea.
Diede un ultimo sguardo all’orizzonte, i muscoli del viso contratti. Non si vedeva nulla, se non la sottile linea che separava la scorza di ghiaccio dal cielo e che in lontananza era appena percettibile. Anche quel giorno: gallette, nessun riscatto prima della colazione.
Non poteva darla vinta a un po’ di acqua congelata dopo aver scampato un siluramento nel ’42 e la condanna a morte nel processo del dopoguerra. Il mare bisognava lasciarlo fare, bisognava assecondarlo. Glielo avevano insegnato le onde alte decine di metri che si schiantavano contro lo scafo quando era al timone. Ora servivano pazienza e gallette per liberarsi dalla scorza di ghiaccio. Attività o inattività, sceglieva sempre il mare. A passi pesanti, si avviò al boccaporto. Forse il mare gli stava suggerendo un regalo di Natale diverso per sua moglie. Era ora di cambiare rotta? Ammesso che ancora lo volesse aprire quel ristorante.
Rientrò in cambusa. Era il momento delle gallette.
Stefano Lazzari

