Le fratture relazionali dopo la morte di un genitore: «La città razionalista» è il racconto di Alfonso v. Santagata
Illustrazione di Danila Riccio
Vi muovete verso il tavolino ad angolo, quello tra l’ampia vetrata e le mensole trasparenti con le bottiglie di vino. Vi togliete i giubbotti, le sciarpe, sistemate tutto con cura sullo schienale della sedia. Il locale è piccolo. Musica bassa, pochi posti occupati. Una ragazza sta mescolando un sacchetto con dentro qualcosa, un’altra sta scribacchiando su un’agenda dalla copertina nera, davanti ha una fetta di torta mangiata a metà.
Venite qui da anni, salutate per nome la barista, ordinate due caffè. Sentite la massiccia Cimbali sbuffare, poi il profumo dei chicchi macinati. Da giovani vi scambiavano per gemelli, e potrebbe succedere pure ora. Le rughe uguali attorno agli occhi, i capelli che da ramati stanno ingrigendo negli stessi punti. Anche la voce è rimasta identica, quella voce che da bambini vi permetteva di fare scherzi al telefono, di camuffarvi, di diventare per un poco l’altro.
Mettete tra di voi il foglio con appuntate le scadenze. Procedete con metodo: non solo la voce, ma anche le vostre menti funzionano allo stesso modo. In un sorso bevete il caffè e subito vi assegnate i compiti, i numeri da chiamare, a chi donare oggetti, mobili, vestiti. Lo fate quasi senza parlare, a voi bastano pochi cenni, un alfabeto che avete creato e che siete gli unici a saper interpretare. Finito, vi adagiate allo schienale, osservate indolenti la ragazza che sta guardando la posizione delle rune lanciate sul ripiano rosa quarzo del tavolino.
In queste ore avete scoperto che un decesso è anche un fatto pratico. E sedete qui non solo per dividervi le cose da fare ma anche per allontanarvi dall’appartamento dove vostra madre è morta da poche ore. Una fine come tante – l’età avanzata, la malattia, il corpo demolito dal dolore, la pelle che si era fatta sottile come la traccia di una lacrima sulla guancia –, ma che ha riempito quelle stanze di un vischioso silenzio e tanti occhi rossi di pianto. Stanze che al contrario volete ricordare come una polifonia di voci, di profumi, il cesto in cucina sempre pieno di frutta e lunghe cene estive con le finestre spalancate. Ricordi, appunto.
Gli stessi che stanno innescando una linea di rottura tra voi, invisibile e profonda come un taglio ben eseguito. Eravate certi di aver vissuto la stessa infanzia, nei giorni tra ospedale e camere in penombra ve la siete raccontata così, in cerca di un po’ di leggerezza. Avete scoperto però che i vostri ricordi si allontanavano in più punti. Parenti che uno dei due sostiene di non aver mai frequentato. Episodi significativi per uno e mai accaduti per l’altro. E poi l’educazione giudicata troppo severa da solo uno di voi, un padre poco presente, una madre troppo grossolana.
Così mentre stavate per perdere un genitore, avete finito per perdere anche molti dei vostri anni insieme. Girate la testa. Oltre i vetri la sera e gli edifici razionalisti: contorni dritti, angoli squadrati, pietre compatte, decorazioni austere, poi d’improvviso linee curve e flessuose. Guardate fuori la vostra città, ma è come se entrambi vi steste guardando dentro.
Alfonso v. Santagata

