La casa non è un luogo, è uno stato d’animo: «La casa che siamo stati» è il racconto di Claudia Oldani

 La casa non è un luogo, è uno stato d’animo: «La casa che siamo stati» è il racconto di Claudia Oldani

Illustrazione di Francesca Paola Turco

La casa ha cinque stanze – tutte di un colore diverso – che la luce colma con naturalezza. I soffitti alti e i muri scarsamente decorati sembrano inglobare ancora più luce, dandole un’aria fredda ma familiare allo stesso tempo. È difficile riscaldare gli ambienti: sono troppo ampi rispetto alla forza dei caloriferi vetusti che non sono mai stati rinnovati; tuttavia, il parquet color miele del salotto e delle camere da letto riequilibra l’atmosfera con la sua nota avvolgente. Ripercorro le stanze con la memoria, mi sembra di aver salutato la casa solo ieri. Invece dal nostro addio è passato più tempo di quanto ne abbia vissuto tra le sue mura.

La prima volta che ci sono entrata avevo otto anni. Era la festa di compleanno di un mio compagno di classe, Edoardo. Viveva lì con la mamma e le due sorelle maggiori. Mia madre, la mia accompagnatrice, era rimasta affascinata dai locali spaziosi ed eleganti. Più tardi, a cena, ne aveva parlato a mio padre – che aveva ascoltato con solo un orecchio la descrizione precisa. Tanto un posto del genere sarebbe rimasto un sogno troppo grande per noi, meglio non ingombrare di inutili speranze il nostro minuscolo appartamento di ringhiera. Invece, tre anni dopo, quando la famiglia di Edoardo aveva deciso di trasferirsi altrove, ci avevano avvisati: «L’immobile rimarrà sfitto, lo volete voi?». Mia madre non aveva creduto al colpo di fortuna. E così ci eravamo trasferiti.

Ho vissuto in quella casa dagli undici ai ventuno anni. Tutto ciò che è successo nel mezzo è un elenco vibrante nella mia testa. Mia madre che mi interroga per l’ennesima volta prima di accompagnarmi a scuola per l’esame di quinta elementare, in sottofondo mio fratello che gioca con i Lego. Mio padre che mi porta a lezione (perennemente in ritardo) ma che ha l’accortezza di farmi scendere dall’auto qualche metro prima della mia scuola media, così da non mettermi in imbarazzo davanti ai compagni. La prima mestruazione, il menarca, una parola dal suono solenne, anche se a me sembra solo una vivida goccia rossa al centro del water. I miei genitori, dai volti seri, che ci riuniscono attorno al tavolo color cielo della cucina per darci una notizia importante, quella della loro separazione. Ironia della sorte, a lasciare la casa dei sogni per finire in un appartamento decisamente più piccolo, alla fine, sarà proprio mia madre. Il divano blu da cui, con Adamo e Sofia, gli amici di una vita, buttiamo via il sabato guardando film di serie B – lo stesso divano da cui vedo cadere le Torri Gemelle un pomeriggio di settembre. Non ricordo quando, ma a un certo punto Sofia prende a dare ripetizioni di matematica a mio fratello che alle medie non se la cava tanto bene; nel frattempo io piango sull’aoristo. Le risate soffocate dalla camera da letto mentre faccio i compiti con la mia compagna di banco, Moira, che l’ultimo anno del liceo mi farà un torto così grande che non ci parleremo per i due anni successivi. Ricordo la tristezza di quei mesi di vuoto, ma non il torto. Mio padre che monta una grande tenda da campeggio nell’ingresso, prima di un viaggio, per controllare che non abbia danni – ci divertiamo così tanto ad attraversarla che rimane lì per oltre tre mesi, finché la proprietaria dell’appartamento non ci sorprende con una visita inaspettata e siamo costretti a smontarla in fretta e furia. Il mio cane sedicenne che si addormenta per sempre tra le mie braccia: eravamo diventati grandi insieme, ma il suo tempo si era esaurito prima del mio. Infine Beatrice, la nuova compagna di mio padre, che preme la mia mano sul suo pancione, proprio nel punto dove mia sorella scalcia furente. Quei calci vigorosi sanciscono la nostra uscita dalla casa: la vita reclama nuovi spazi, nuovi luoghi da abitare.

A volte tornare al passato diventa così violento che mi chiedo quanti ricordi possano contenere le pareti di un’abitazione. Mi immagino le mie memorie che si gonfiano e affollano le stanze della casa spingendosi tra loro, inconsistenti eppure gravi come palloncini dilatati fino allo stremo. Così, quando mi capita di passare davanti al mio vecchio portone, faccio salire lo sguardo verso le finestre che un tempo erano state mie.

Mi domando se anche Edoardo abbia mai avuto le medesime fantasticherie dopo che la sua famiglia aveva ceduto l’appartamento alla mia. Una volta, un paio d’anni dopo il nostro trasloco, ci aveva citofonato: «Vorrei vedere la casa» aveva chiesto timidamente. Lo avevo accompagnato tra le stanze, era rimasto in silenzio tutto il tempo. Quando se n’era andato, mia madre aveva suggerito che, in realtà, fosse venuto per vedere me, ma non le avevo creduto. Oggi so cosa stava facendo Edoardo: stava indugiando nei ricordi. «Allora, casa» aveva detto tra sé e sé attardandosi sulla porta della memoria, «se per te va bene, io vado.» Lo aveva annunciato come fa chi non se ne vuole andare veramente, nella speranza che qualcuno lo fermi.

Claudia Oldani

Blam

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