Tutto ciò che la provincia può essere: «Il sabato delle palme» è il racconto di Leonardo Venturoso

 Tutto ciò che la provincia può essere: «Il sabato delle palme» è il racconto di Leonardo Venturoso

Illustrazione di Prisca Rinaldi

Marco dice che va a sboccare. Lo dice con la stessa voce neutra di chi ti informa sull’orario del prossimo bus. Efrem, che ha la capacità innata di parlare sempre due decibel sopra il necessario, gli fa notare che ha bevuto sì e no due gin, e che quindi le cose sono due: o dove è andato, in Germania, bevono solo acqua del rubinetto, oppure si è ridotto piuttosto male. Elena recupera l’accendino caduto, sorride e dice che non vogliono prenderlo in giro e che: «Insomma tranquillo, lo sappiamo tutti che non puoi».

Già, Marco non beve da un po’. Precisamente dal suo diciottesimo di quattro anni prima, quando da ubriaco era finito nel fosso con il Ciao. Una volta sceso si era giustificato con i presenti parlando di uno stranissimo gioco di luci e ombre che l’aveva confuso. Nessuno ci aveva creduto troppo. Poi era svenuto. Tre mesi di collare, una gita di quinta saltata, e un medico che aveva sentenziato: «Zanon, ancora tre millimetri e la vertebra la potevi salutare».

Ogni tanto gli torna in mente quella frase per il modo in cui è stata detta. Come se fosse un annuncio neutro tipo: «Ancora tre millimetri e il tavolo non passa dalla porta». Da lì, la decisione: mai più alcol. Neanche una birra. Che a Monaco è un’affermazione piuttosto forte.

Quella sera però è uscito con la compagnia di sempre dopo mesi («Mi raccomando, Marco, non bere»). L’occasione è speciale: Elena sarebbe partita da lì a poco per l’Erasmus di un anno a Maastricht («Paesi Bassi, non Olanda […] E se mi trovo bene ci resto») e lui si trova dai suoi per qualche giorno di fine agosto («Spero di non litigare con mio padre»). Come succede nelle province, un «addio» diventa soprattutto un rito collettivo: un’occasione per farsi vedere, per aggiornare il proprio status davanti agli altri, come se ognuno tenesse mentalmente un registro di chi è ingrassato, chi si è sposato, chi è ancora a casa coi genitori.

Il locale si chiama El Sueño Achispado. Nome che su Facebook, nel post di inaugurazione, è stato accolto con 84 mi piace, 9 cuori e 4 faccine che piangono dalle risate. Una specie di capannone nei boschetti della pedemontana rivestito di perline di bambù, incastrato tra un’azienda di mobili per cucine e un’officina aperta anche il sabato. Dal bagno si vede il parcheggio. C’è una palma artificiale di due metri, con i led verdi che pulsano a bassa frequenza.

È una cosa che ha notato: la pedemontana friulana, da qualche anno, si è popolata di palme. Anche più a est, verso quei paesi con i nomi che finiscono in -acco o -uzzo. Palmette in vaso, palme in rotonda, palme nei giardini delle scuole elementari. Perché piacciono tanto. resta difficile da spiegare. Forse un antidoto ornamentale alle lunghe piogge autunnali.

Mentre solleva la tavoletta, pensa che infilarsi due dita in gola per vomitare non è mai stato un gesto dignitoso. Non lo è normalmente, e ancor meno in quel bagno: pannelli finto-bambù che puzzano di muffa, led economici che mettono in risalto ogni alone giallognolo e un odore persistente di piscio.

La gola brucia già («Gin di merda») e per un attimo si chiede se non sarebbe stato meglio restare a casa come al solito: solo, nel buio, sdraiato sul divano a scrollare gli stessi reel più volte o a superare il limite di tempo massimo autoimposto. Un’illusione di sicurezza che per un attimo tiene tutto in sospeso. Il vomito, la vista del piscio altrui, e poi il resto, a cascata.

TUUM. Un tonfo alla porta, poi passi.

«Ah eccoti qui, Signoredellosbocco» dice una voce alle sue spalle, subito seguita da un abbraccio che sa di vaniglia. È Sara: capelli biondo cenere raccolti, occhi marroni, un vestito nero aderente. Non la vede da più di un anno. È arrivata tardi, ma non poteva certo perdersi Marco ubriaco: Elena le ha già mandato la foto di lui con il suo primo bicchiere, come fosse una reliquia.

Lo trascina fuori. Il dj di turno ha fatto partire un pezzo reggaeton e la gente, Efrem e Elena compresi, si è riversata in pista. Sempre reggaeton. Tutti uguali, o almeno così gli sembrano in quel momento. Però da ubriaco il disgusto si trasforma in accettazione passiva. Prende il cocktail sul tavolo, succhia dal fondo ghiacciato con una cannuccia di carta molle, fa una smorfia e lo lascia lì.

La sbornia gli ammorbidisce i lineamenti, e lo spinge, quasi con una leggerezza estranea a sé stesso, a fare due passi di danza. Più che veri passi, una goffa oscillazione di ginocchia e spalle. Abbastanza da non sentirsi del tutto un coglione, o almeno non più di quanto lo siano tutti gli altri in pista («Cosa che, in questo momento, è tutta da dimostrare»).

Davanti a lui, qualcuno balla con gli occhi chiusi, qualcun altro tiene il bicchiere in alto come se fosse parte della musica. Un gruppo si urta, ride, poi continua. Un braccio sudato gli scivola contro senza scuse. Qualcuno urla il ritornello sbagliato. Una ragazza controlla il telefono mentre muove la testa a tempo.

Sara lo guarda da sotto, con un sorriso che gli sembra familiare. Qualcosa che credeva archiviato, e che l’alcol rimette in circolo. Era lei che anni prima gli correva dietro, con quella ostinazione adolescenziale che ti fa sembrare tutto più urgente («Quando in realtà è solo questione di ormoni»); ma lui allora aveva in testa un’altra: una che di lì a poco sarebbe partita per Londra, per il classico anno all’estero, e che per lui incarnava il modello perfetto di distacco dalla provincia, come se uscire da lì, fisicamente, fosse già sinonimo di superiorità morale. Mona.

Eppure ora la situazione è diversa. Lei, da poco libera, sta lì con quell’aria sospesa che hanno le persone appena uscite da un terremoto sentimentale; lui, davanti a lei, indossa quella maschera di leggerezza tipica dell’alcol. Qualche situationship estera, ma nulla di serio. Per una volta niente stona. La musica pompa così forte da non lasciare spazio a pensieri lineari. Nella sua testa si apre un attimo di vuoto: un secondo in cui immagina di spezzare la tensione con una battuta sul maledetto reggaeton, oppure di cercare gli altri due e sparire. Ma prima che possa rendersene conto, è già piegato su di lei e la bacia.

Più tardi escono fuori, nella zona fumatori, un quadrato di cemento delimitato da tre fioriere in plastica con dentro ghiaia e due mozziconi spenti. Dal parcheggio arriva il rumore di una macchina modificata. Sgomma sulla ghiaia e poi si ferma di colpo. Sara sta fumando e ha iniziato a parlare di lavoro, di quanto è stanca, di una collega che le sparla dietro, di come forse a Milano si guadagna di più ma si spende anche tutto, e allora tanto vale restare qui. Marco annuisce, guardando la condensa che si forma sul parabrezza di una Panda grigia.

«Domani? Ti passo a prendere e andiamo a fare un giro?»

«Sì» dice lui, e nel dirlo pensa che no, non sarebbe successo.

Rientrano. Vicino all’ingresso, sul muro, c’è una palma disegnata. Storta, le foglie sembrano tentacoli, e sopra c’è scritto: «Summer vibes» in corsivo. La musica riparte, come se le canzoni fossero in realtà un’unica traccia infinita. Qualcuno chiama per una foto di gruppo.

Leonardo Venturoso

Blam

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