Il racconto della domenica: Per poco, Marisa di Valentina Cottini

 Il racconto della domenica: Per poco, Marisa di Valentina Cottini

Marisa mi vede, solleva una mano in gesto di saluto. Trascino lo sgabello accanto al suo letto e le sorrido sventolandole il libro sotto il naso: «Guarda cosa ti ho portato!».

Alza gli occhi dal libro al mio volto: «Me lo leggi tu?».

«Come ogni giorno» le rispondo. Le accarezzo la mano che tiene aggrappata alla sponda di legno. Mia madre dice che quando il tempo che possiamo condividere con una persona è poco, bisogna accarezzare con più consapevolezza. Esplorare con gli occhi, memorizzare il colore della pelle, la posizione delle rughe sul volto.

«Te lo ricordi dove eravamo arrivate ieri?»

Mi guarda interrogativa: «Non…».

«Anna era appena andata al mare con suo cugino. Aveva incontrato due signori strani, gli Scanno, che l’avevano invitata a pranzo. Poi era stata a messa con la famiglia e lì aveva rivisto Gioacchino Scanno.»

«Ah, sì.»

Distoglie gli occhi dai miei e li porta oltre la finestra, oltre il giardino di villa Chiara. Penso a come sarebbe bello portarla a fare una passeggiata, con questo cielo brillante di inizio inverno. Ma il suo volto è ogni giorno più magro, la sua pelle più sottile. Non si alza più dal letto, non mangia. Stamattina Elena ha detto: «Dobbiamo riuscire a organizzare una visita con i parenti. Per fargliela vedere l’ultima volta, almeno». Ho stretto i pugni fortissimo per non piangere. Mi sono detta: piangere non è professionale. Sono scappata in bagno.

Marisa tossisce, si piega appena in avanti, mi chiede di abbassare il letto. Cerco la manopola sotto la struttura in legno, la giro piano. Tossisce ancora sotto voce. Mi siedo sullo sgabello, poi apro il libro e cerco l’orecchia che ho fatto ieri per segnare la pagina. Da quando vengo a leggere per lei, le mie giornate lavorative a villa Chiara hanno preso un altro ritmo. Ha un senso tutto questo amore che richiede lavorare con gli anziani.

Le leggo una, due, tre, dieci pagine. Dodici, quindici.

«Se sei stanca, smetti» mi dice piano quando comincio a incespicare sulle parole.

«Tu sei stanca?»

«Io sono stanca di tutto. Ma tu puoi leggere quanto vuoi.»

«Allora vado un attimo a bere, poi torno e continuiamo.»

Mi indica dei bicchieri di plastica sul comodino. Ne afferro uno e lo porto in bagno. Lo riempio e mi sciacquo la bocca. Mi si seccano le labbra, a leggere così tanto a voce alta dentro alla mascherina. Sciacquo la bocca ancora, poi bevo. L’acqua ha un sapore che ricorda il cloro. Getto via il bicchiere e torno a sedermi accanto a Marisa, che nel frattempo ha chiuso gli occhi. Li riapre, le sorrido. La pelle sulle sue braccia è sempre più scura, sul collo le vene sono sempre più blu. Penso che deve succedere qualcosa di strano al corpo, quando decide di lasciarsi morire. È come se si deteriorasse più in fretta. Mi rendo conto di aver guardato troppo a lungo Marisa quando mi ritrovo i suoi occhi placidi a fissarmi. Sono giorni che ci studiamo a vicenda, silenziose. Mi chiedo cosa deve pensare di me. Se mi trova ridicola, in questa uniforme che mi fascia il corpo e mi stringe sui fianchi. O se magari si domanda quanti anni potrei avere. Non mi ha mai chiesto nulla di me, ma sa che come lei leggo molto. Glielo ho detto il giorno che ci siamo conosciute. Cercavo qualcosa da far fare a lei e alla sua compagna di stanza e lei continuava a rifiutarsi di fare tutto. La musica no, la televisione no, giocare a carte no.

«Dev’esserci qualcosa che ti piaceva fare, prima» finisco quasi per urlarle contro, spazientita.

«Mi piaceva molto leggere» mi dice lei in un sussurro. Ed è un attimo trovarsi sintonizzate, capirsi. «Non posso più farlo, ora, non vedo più.» Allora propongo alle responsabili di iniziare un’attività di lettura ad alta voce. Indago sui suoi gusti, scopro che le piaceva Dacia Maraini. Recupero una copia di La vacanza e comincio a leggergliela. Ci troviamo subito. Parliamo poco, ma le piace ascoltarmi. Me lo dice. Ed è lì che la nostra quotidianità acquista senso.

Rintraccio la pagina a cui ero arrivata e ricomincio. Marisa si contorce per il dolore alla pancia, le metastasi sono ovunque. Le chiedo se vuole continuare, mi dice di sì, di non preoccuparmi.

Stacco solo quando arrivano le Oss a dirmi che deve pranzare.

«Adesso ti lascio mangiare, va bene?»

Marisa mi fa un cenno di assenso con la testa. Sappiamo entrambe che non mangerà nemmeno oggi. Chiudo il libro, prendo lo sgabello e faccio per andarmene. Improvvisamente mi tende una mano: «Grazie, sai». È la prima volta che mi tende una mano. Gliela stringo piano: «A me fa piacere. Sai che ci mancano poche pagine? Chissà se riusciamo a finirlo prima del nuovo anno». Mi trema la voce, gli occhi, tutto. Penso alle parole di Elena e mi chiedo se la rivedrò.

«Chissà» mi risponde lei. «Abbiamo ancora un po’ di giorni.»

«Io adesso per Natale vado in ferie un paio di giorni. Poi torno, però. E lo finiamo.»

Mi guarda fisso e mi pare tenda le labbra in una specie di sorriso. Sento la sua mano fredda, fragile, e mi chiedo come farò a lasciarla. E invece è lei a lasciare la mia, in un moto naturale, adeguato. Penso al fatto che forse con gli anni si imparano anche i tempi delle cose. Che i miei ventisette anni sono sempre così impazienti, ansiosi.

Le sorrido, faccio per uscire. Sulla porta la guardo, ma lei ha già portato gli occhi oltre i giardini.

 

Quando torno al lavoro dopo Natale, la prima cosa che faccio è cercarla. Ascensore, primo piano. Corridoio, ultima stanza a destra. Ma il suo letto è vuoto, il comodino sgombro. Mi immobilizzo sulla porta, il tempo di riempire le caselle vuote, di collegare i punti.

«Cerchi Faletti?» mi domanda Carla sbucandomi alle spalle.

«Io… sì, Marisa.»

«Non ti hanno detto? È morta ieri mattina. Dovevano portarla domani all’hospice. Forse è meglio che sia andata così.» Mi stringo nelle spalle, porto gli occhi sul letto vuoto. Mi sento così inutile.

Carla mi sorride benevola: «Ci farai l’abitudine».

La guardo spaventata. Cerco di imitare un sorriso, ma sento di fallire, immagino la mia bocca storcersi verso il basso fino a scoprire la mandibola, i denti. Cerco una frase, una parola, qualsiasi cosa che possa restituirmi un’aria intelligente o quanto meno professionale. Carla mi guarda in attesa, materna.

«Non l’ho salutata» mi esce di bocca. Subito me ne pento. Ripercorro le morti dei miei nonni, a una a una, dalla prima all’ultima, la sensazione di non esserci stata abbastanza, di non aver fatto quanto avrei potuto fare per. Per? Per non fracassare contro il senso di colpa ogni giorno della mia vita.

Carla mi sorride, mi passa una mano sulle spalle e mi supera.

Rimango a guardare la sua schiena che si allontana e poi mi domando: adesso cosa faccio? Posso prendermi del tempo per piangere o devo tornare a lavorare?

Riporto ancora gli occhi sul letto di Marisa ed esploro gli spazi. La coperta gialla, lisa ma pulita, cade liscia sul materasso. Stringo il libro tra le dita e mi avvio verso la sala comune. Per poco, Marisa, non lo abbiamo finito.

Valentina Cottini

Blam

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