Il racconto della domenica: Maternità altre di Valentina Cottini

 Il racconto della domenica: Maternità altre di Valentina Cottini

«Fai davvero? A diciannove anni non sai ancora cambiare un pannolino?»

Marcia mi strattona il braccio e mi spinge via, facendosi spazio di fronte al fasciatoio improvvisato sul tavolo dello studio delle tias. La bambina, tutta nuda, strilla fortissimo. Non è freddo; fa un caldo asfissiante, in questo inverno capovolto. Forse ha fame, e non c’è granché da mangiare qua per i bambini. Non c’è granché da mangiare per nessuno, a dir la verità. Il solito riso e fagioli, a volte con qualche pezzo di Würstel oppure di carne lessa. Marcia mi spaventa. Afferra la bambina e, sgraziata, la solleva dai piedi per far passare il pannolino da sotto e chiuderglielo sui fianchi alla svelta. Le ragazze fuori dallo studio la spiano contrariate: i pannolini sono contati per ogni bambino, chi ne prende di più ne toglie alle altre. Tutte cambiano i bambini di tutte, ogni bambino è figlio di tutte. La bambina che sta cambiando Marcia, per esempio, non è la sua. È la figlia di Mariam, che ha sedici anni e adesso lavora in cantiere per un progetto di autocostruzione.

Resto a guardare la scena un paio di metri più in là, terrorizzata. No, avrei voluto risponderle, in Italia a diciannove anni quasi nessuno sa cambiare un pannolino. È troppo presto, sono piccola, non mi vedi? Osservo il suo corpo gracile, per nulla segnato dalle gravidanze, le spalle ossute, i fianchi sottili. Marcia ha vent’anni, ne dimostra almeno trenta. I denti gialli consumati dalla droga, gli occhi spenti, la pelle del viso butterata. A diciannove anni non so cambiare un pannolino, quindi non valgo nulla. Rimango di fronte a quest’asserzione e stringo le labbra, fisso il suolo atterrita, inadatta.

Eliza mi si avvicina, mi mette una mano sulla spalla: «Lasciala perdere» mi dice «oggi si è svegliata male». Ma la verità è che Marcia si sveglia sempre male. La scorsa settimana, dopo due tentate fughe, ha provato anche a suicidarsi. Ha spaccato il lucchetto che tiene chiusa la farmacia della casa-famiglia e ha ingurgitato un mix di medicinali che l’ha fatta dormire per tre giorni. Per tre giorni Carlitos, il bambino più grande, non ha smesso di piangere.

Eliza invece ha diciassette anni. È lesbica ma si scopava il suo spacciatore per la droga. Da lui ha avuto un bambino che si chiama come mio padre, gioca sempre agli indiani ed è il capobanda del gruppo dei piccoli. La scorsa settimana Eliza ha scoperto di essere di nuovo incinta. Mi parla solo perché quando lo ha scoperto, ero con lei e voleva piangere.

In genere, sennò, mi parlano in poche. Mi avvertono come un’estranea, e allo stesso modo mi avvertirei io probabilmente. Sono l’europea che fa assistenzialismo in cambio di redenzione, la straniera in viaggio di studio. Chi sei, cosa fai, perché sei qua, cosa devi fare qua, cosa vuoi fare qua se non sai cambiare neanche un pannolino.

Corro in cortile in preda al panico e prendo un respiro lungo, infinito; poi mi rollo una sigaretta. Certi giorni vorrei che finissero più in fretta possibile. Vorrei essere a casa mia, tra i miei campi di grano, e distendermi al sole in un’estate che conosco. Dormire tutto luglio sulla spiaggia, i piedi sul bagnasciuga.

I primi giorni, quando tornavo a casa, piangevo sempre. Piangevo per tutto il tragitto dell’autobus e certe volte anche a casa. Karina, la ragazza che mi ospita, non riusciva a capacitarsene: «Possibile tu non abbia mai visto nulla del genere?». No, non ho mai visto nulla del genere, prima di adesso. La povertà, la bruttezza vera, diciassette anni consumati nella droga, prima non li avevo visti mai. Respiro a lungo. Mi chiedo quale sia il senso di tutto questo dolore.

 

«Ne posso avere una, tia

Mi volto di scatto; Joana compare alle mie spalle in un paio di jeans strappati, piccolissima nei suoi quindici anni, una maglia nera di due taglie più grandi che le cade larga sulle spalle.

«Puoi?» le chiedo di conferma. Dovrei chiederlo in realtà alle assistenti sociali, alla psicologa di riferimento, ma non c’è nessuno in giro e non ho voglia di farle il terzo grado. È solo una ragazza che mi chiede una sigaretta.

«Posso, sì» mi risponde convinta. Gliene giro una alla svelta, controllo che nessuno ci veda e gliela passo di nascosto. Ci sediamo sul divano logoro sulla veranda; Joana aspira a lungo, fuma con vigore. Si gode il suo momento di libertà fino in fondo. Mi guarda, mi sorride grata, si sdraia disinvolta con la testa sulle mie gambe. È così che ci siamo conosciute: Joana faceva le sopracciglia alle ragazze della casa, io ero appena arrivata e, in un goffo tentativo di fare amicizia, le ho domandato se potesse farle anche a me. Joana, accogliente, mi ha fatto spazio. Le altre ci hanno fatto un cerchio attorno. Mi sono sdraiata con la testa sulle sue gambe, tremante – io sempre goffa, sempre preoccupata di invadere spazi non miei – poi lei mi ha chiesto se potessi fare lo stesso a lei e si è sdraiata a sua volta.

 

«Dov’è l’Italia, tia?» Mi chiede curiosa, i lunghi capelli rossi a penzoloni dalle mie ginocchia, una spruzzata di lentiggini sul naso, sulle gote.

«L’Italia è lontana» le rispondo io.

Joana mi fissa con i suoi occhi giganti di bambina: «Più lontana di Rio, non è vero?»

 

È vero, è più lontana di Rio. Da qui sembra più lontana della luna. Guardo Joana e vorrei accarezzarle la fronte.

«Più lontano, sì.»

«E più lontana degli Stati Uniti

«Più lontana degli Stati Uniti, sì.» Ancora più lontano.

Aspira una boccata di fumo, la imito. Porta i suoi occhi verso l’orizzonte, oltre le casupole del quartiere. Duecento metri al di là del muro di mattoncini che chiude il cortile della casa-famiglia stanno le favelas da cui è fuggita, da cui l’hanno salvata i ragazzi e le ragazze della Lua Nova. O forse no, forse non è andata proprio così. Forse è lei che è arrivata qua da sola, forse qualcuno l’ha accompagnata. So così poco di lei, di tutte loro. Fanno così fatica a raccontarsi. Joana è comparsa un pomeriggio di luglio con una maglia degli AC/DC e il ventre sformato dal parto. Glielo ho visto perché mi hanno chiesto di accompagnarla alle docce. Parlavo ancora pochissimo il portoghese e cercavo di farmi capire a gesti. A Joana non è importato, mi ha seguita e mi ha sorriso. Mi ha lanciato i vestiti e mi ha chiesto un asciugamano.

 

«Quanto ti resta qui, tia

«Ancora qualche settimana.»

«Non è molto.»

«Non è molto, no.»

Penso al fatto che andarmene, per me, è un’opzione. Che significa ricominciare, riprendere in mano la mia vita, chiudere una parentesi e magari aprirne un’altra, a undicimila chilometri da qui. Eppure una nostalgia devastante mi si arrampica per la gola. Guardo Joana. La settimana scorsa ha avuto una crisi epilettica da astinenza, o qualcosa del genere; me l’hanno spiegata così. Stavamo tagliando l’erba in cortile e a un certo punto ha cominciato a tremare e si è piegata su se stessa. Non sono riuscita a fare niente. L’ho guardata spegnersi e non sono riuscita neppure a urlare. Sono intervenute delle ragazze che mi hanno spinto via a male parole, io ho avuto un attacco di panico, mi sono ritrovata seduta in cortile, da sola, con i bambini che mi chiamavano. Pensavo non mi avrebbe parlato mai più, io così inutile, io così inadeguata alla vita.

«Quando sarò più grande e avrò lavorato e avrò dei soldi, e mi ridaranno Daiane, verrò a trovarti in Italia» mi dice invece. Io le sorrido.

«Sì? Verrai?»

«Sì, tia» convinta, sfacciata, abbatte ogni geografia e la riconduce ai suoi spazi. Quando le ridaranno Daiane, la bambina che le hanno tolto poco prima che arrivasse qua. Perché una bambina in mano a una bambina è troppo, perché Joana è così piccola e il mondo così grande. A un tratto mi pare che gli occhi le tremino. È un lampo, il tempo di portare di nuovo la sigaretta alla bocca.

«Io viaggerò tantissimo. Io vedrò tutto il mondo» e penso che i sogni nei bambini sono più grandi. Che la Terra è lo spazio che vedi intorno a te e che il futuro è solo un gioco di parole.

Valentina Cottini

Blam

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