La Padania, la nebbia, un omicidio: «Il pesce gatto» è il racconto di Rocco Giosmin
Illustrazione di Gianluca Azzena
Le barene nella nebbia sono un altro pianeta. L’unico segno di vita lo trovi sopra e sotto l’acqua, in terra nulla. Pescatori di moeche spostano le reti fuori e dentro l’acqua. I granchi che non passano il controllo qualità li buttano nell’acqua, dove si radunano i pesci spazzini. Un piccolo ecosistema: una palafitta, un uomo e la sua luce, e pesci che aspettano che gli scarti arrivino a loro.
È l’inizio del turno. Il poliziotto è fuori a fumare. Il fumo esce dalla bocca e si mischia con l’ambiente. A lui sono visibili solo il parcheggio deserto, la facciata della palazzina e la scritta «Hotel» al neon, che perfora la nebbia e si fa leggere. Non sa che ora è, la nebbia non permette di vedere il sole. Crede sia l’alba, lo annota.
I paesi in Padania sono tutti uguali. Puoi esserci cresciuto e non ricordarti del loro nome, delle loro storie, delle loro facce. Non delle tragedie però, le tragedie rimangono. Gli omicidi, i parenti eroinomani, i mafiosi, gli incidenti in fabbrica, i cadaveri senza identità. I paesini nella nebbia sono abitati da gente morta.
È notte. Un’auto va per la Romea. A bordo ci sono due persone: un uomo e una ragazza. La ragazza è troppo magra e troppo svestita. Guarda verso il basso e si gratta l’avambraccio. La macchina è vuota di rumori, c’è solo lo scoppio del motore in sottofondo. L’uomo è privo d’espressione, stringe il volante con i guanti, guarda in avanti e fuma. Il bordone della macchina cessa. Sono arrivati all’hotel.
Il poliziotto entra. La moquette è blu scura, le luci al neon sono acide, i corridoi infiniti. Lo accoglie un collega, lo guida per i corridoi. Tra i muri bianchi, i quadri delle barene e le porte che si ripetono il poliziotto inizia ad avere mal di testa. Il mal di testa inizia a diventare confusione. La confusione paura. La puzza di sigarette gli dà la nausea. Riesce a orientarsi solo in base ai quadri. Il collega lo riporta alla realtà. Ha davanti una porta.
Le barene un tempo erano tutta la pianura. Dove ora ci sono piantagioni di soia e mais un tempo c’era fango e malaria. Dove oggi ci sono fabbriche e palazzine un tempo c’erano baracche e allevamenti di sostentamento. Poi è arrivata la bonifica, i soldi, ma una terra non cambia facilmente.
L’uomo entra nell’hotel, prenota una camera con un nome che non riconosce e inizia a camminare con la prostituta per mano. I suoi passi sono ampi e ritmati. Lei si perde tra i quadri, lui la trascina. Dietro alla porta c’è una camera scarna. Uno specchio pacchiano e un letto su un piano rialzato con coperte plastificate. C’è una finestra, ma dà sul nulla. L’uomo si siede sul letto, la prostituta è dietro di lui.
Accende un’altra sigaretta.
«Spogliati.»
L’uomo guarda la prostituta dal riflesso dello specchio. Guarda i suoi occhi, scavati e lucidi. Le sue braccia che si muovono per inerzia. La sua espressione fissa, apatica.
Il poliziotto entra nella stanza. Lo specchio è schizzato di sangue, la pozza davanti allo specchio conduce fino al letto. Sopra il letto, con le coperte ancora fatte, c’è la ragazza. La giugulare è tagliata. È distesa con gambe e braccia aperte, guarda il soffitto. Ha gli occhi bagnati.
La donna piange; ha un taglierino puntato alla gola. L’uomo l’ha messa davanti allo specchio per poter vedere la carne che si apre. Il taglio non fa male, il male lo si deve intuire dal sangue che cola addosso, dal calore innaturale. La donna si trascina verso la porta, ma l’uomo la sbatte sul letto. Ora lei guarda il soffitto. Il sangue non le arriva alla testa, il cervello vaga, cerca conforto, una memoria felice, una villetta con giardino.
Nella nebbia le persone si perdono. Perdi i tuoi cari e diventano memorie, ma le memorie nella nebbia dissolvono i corpi. Il pescatore non vede la riva. Non si ricorda com’è la terra ferma, il calore di un camino, dei calzini asciutti, quindi continua a salire e a scendere. Continua a guardare granchi e a gettarli in acqua, e a guardare le viscere della laguna inghiottirsele.
Il poliziotto non riesce a prendere appunti, sente le sue braccia staccarsi dal corpo. La puzza di tabacco gli sfonda le tempie. I suoi occhi schizzano in qualunque angolo della stanza non per cercare, ma per fuggire. Vaga in un cerchio stretto come un animale allo zoo. I suoi occhi si fermano sul suo riflesso. Scruta il suo riflesso, le sue occhiaie, i suoi denti gialli per il fumo. La paura diventa terrore. La sua coscienza diventa un tribunale. La memoria è sul fondale di un fosso.
In piedi si dondola avanti e indietro. Fissa lo specchio come un animale imbalsamato.
Dentro il suo cranio c’è un film che va al contrario, un film che si biforca, che si trasforma continuamente. Immagini che non sa se siano vere o meno. Domande che iniziano a galleggiare a pancia all’aria.
Cosa hai mangiato questa mattina?
Cosa hai bevuto prima di andare a dormire?
Cosa hai fatto ieri notte?
Ho dei guanti?
Il pescatore nella sua palafitta guarda in basso i pesci che si azzuffano per gli scarti. Li vede a malapena, le nubi si stanno abbassando. Non può guardare altrove, tre metri di distanza significa vuoto. Continua a tirare su e giù la sua rete, continua a guardare i pesci gatto che cacciano. Da lontano si vede solo la sua lanterna e la sua sagoma, che va avanti e indietro.
Rocco Giosmin

