Raccontare una madre scomparsa attraverso i suoi vestiti: «Il giorno degli armadi» è il racconto di Valentina Berto

 Raccontare una madre scomparsa attraverso i suoi vestiti: «Il giorno degli armadi» è il racconto di Valentina Berto

Illustrazione di Alessandra Ciangoli

Oggi è il giorno degli armadi. Mia madre li riempiva fino a incurvarne le ante. Due, tre volte al mese avvertiva l’esigenza di trovare un capo che anticipasse il clima di una stagione. Prediligeva maglioni a tinta unita, foulard con arabeschi e gonne che cadevano a filo di piombo, senza balze, spacchi o trasparenze. Soltanto una cosa era entrata nel suo guardaroba per non uscirne mai più: un cappello a tesa larga, color ciliegia e di manifattura costosa. Quando le capitava tra le mani, aveva l’impressione che a comprarlo fosse stata un’altra persona – me lo diceva spesso. Era stata una piccola follia che si era concessa sul momento, senza pensarci troppo.

Oggi bisogna aprire i suoi armadi e fare cernita di vestiti. Nella sua camera da letto, fisso il primo mobile da svuotare e decido che mi sarò disfatta di tutto entro sera. Inizio dai pantaloni. Se rovinati finiscono sul pavimento, altrimenti in un sacco di plastica, destinati a una nuova proprietaria; una donna che per portarli dovrebbe avere cosce tornite e vita sottile. Come mia madre. Anche dopo che l’età ne aveva mitigato le forme, il suo fisico faceva sembrare qualsiasi abito su misura per lei; ma finché non usciva da un camerino e rivelava prima uno stupore, poi una mite indifferenza, non ne era consapevole. Allora prendeva il portafoglio e comprava quell’appagamento che non avrei mai provato, sebbene il mio corpo avesse iniziato ad assumere le sembianze di quello materno dalla prima adolescenza.

Il giorno in cui scoprimmo di essere uguali, mia madre mi lasciò provare l’unica gonna verde scuro che possedeva. Dopo aver constatato che mi donava – con parole che sarebbero divenute un luogo sicuro –, mi disse che da quel momento potevo rovistare tra le sue cose e scegliere quello che volevo. «E io posso fare lo stesso col tuo armadio» aggiunse. Da allora facemmo così.

Ho vestiti di mia madre anche nell’appartamento in cui vivo ora. Li presi l’ultima notte che trascorsi qui. Quella sera aprii l’armadio, raccattai una giacca blu, due camicie bianche e un paio di pantaloni a quadri; e mi resi conto, mentre li riponevo in una borsa, che avrei dovuto chiedere il permesso di portali con me. Di tenerli per sempre. Capire se si fosse accorta del furto divenne il mio gioco preferito.

Se oggi venissero a casa mia, tutti questi abiti ritroverebbero i compagni dispersi, mi darebbero della rapitrice e, se tentassi di spiegare loro le circostanze, dicendo che non potrei portarli da mia madre anche se lo volessi, mi accuserebbero comunque. Mi eviterebbero. A darmene conferma sono i pantaloni in velluto che tengo tra le mani: «Non passeremo nemmeno un giorno,» sembrano dirmi, «nemmeno un’ora con te».

Neanch’io ho intenzione di farlo. Non voglio forzarli. Ma poi penso, guardandomi in uno specchio che mi sta a lato, che potremmo star bene assieme; e per trovarvi riflessa la bellezza, la grazia che dovrebbe appartenermi, dico: «Lo diceva anche mia madre».

È così che ritrovo la gonna verde scuro: schiacciata tra le sue simili, di un colore che si confonde con quello dell’armadio. Anche dopo averla portata alla luce, mi sembra soltanto un pezzo di buio. Da giovane avevo una gonna simile a questa, lunga e verde. Si differenziava da quella di mia madre per un decoro, un intreccio di foglie e rami che, ogni tanto, faceva spazio a piccoli pois gialli. Fiorellini. Era più un mela che uno smeraldo, il colore. Amavo quella gonna come mia madre amava la totalità dei suoi vestiti. Me la feci comprare a tredici anni proprio da lei, nonostante fosse fuori misura e non le piacesse.

«Troppi fronzoli,» commentò quel pomeriggio, «e il giallo col verde non mi piace.» Affinché me la comprasse, le promisi che l’avrei indossata ogni volta che potevo. Lei incurvò la bocca, perplessa, ma decise comunque di farmi contenta. Forse credeva che quella gonna fosse per me come il cappello color ciliegia era stato per lei: una piccola follia; ma non fu affatto così.

Indossai quella gonna col girovita ai capezzoli, all’addome e, dopo un paio di estati, ai fianchi, dove era nata per stare. La portai per andare a messa, al mercato, al cinema; le feci toccare l’erba dei prati dietro casa mia e le lasciai fare da cuscino al mio primo fidanzato, quando ci sdraiavamo al centro di quegli stessi prati, immensi e caldi, e lui voleva posare la testa sulle mie cosce.

Ricordo quando smisi di portare la mia adorata gonna: fu dopo averla indossata in un sogno. Mia madre, davanti al lavello della cucina, stava pulendo una seppia. Era di profilo. Il cadavere le sgusciava tra le mani sporche di nero, e le appendici molli, quasi senzienti, si spargevano sul piano di lavoro. Dita uguali alle mie ingabbiavano il rostro, grande quanto una pesca; spalle uguali alle mie non si muovevano, non si giravano verso di me. Quindi provai ad alzare la voce, a sbracciarmi, ma mia madre non mi notò; e alla sensazione di essere invisibile si aggiunse quella che un liquido granuloso mi stesse colando dal sesso. La sensazione si fece più vivida quando avvertii un odore salmastro pungermi il naso. Allora abbassai gli occhi e, anziché dal mare, come m’aspettavo, mi vidi sommersa da una siepe di foglie splendenti e fiori gialli. Dalla gonna che in quell’attimo si gonfiò verso l’alto, avvolgendomi il busto e stringendolo fino a soffocarmi.

Il mattino seguente volli indossare la mia gonna verde, ma mi bastò toccarla per rivivere l’incubo della notte appena trascorsa – per sentirmi sopraffatta dall’indicibile nella mia camera da letto. Così ci rinunciai e la rimisi subito al suo posto. Quando aprii la porta della stanza, trovai mia madre sulla soglia. Credeva l’avessi chiamata, e io risposi che no, non l’avevo chiamata. Però lo feci uno dei giorni seguenti, subito dopo aver riaperto il cassetto in cui si trovava la gonna: avevo capito che non l’avrei indossata mai più. Allora chiesi a mia madre di esaudire un mio desiderio.

«Ti sta perfetta» mi disse, guardando la sua gonna lunga, verde scuro, che mi arrivava ai piedi senza perdersi in fronzoli. «Cosa ne pensi?»

A oggi ricordo la risposta, ma non chi la diede. Forse mia madre, o forse io stessa, dopo aver esitato per un tempo che anche ora si allontana, anche ora ritorna come in una valle l’eco.

«Siamo la stessa persona.»

Lo dico ad alta voce, rivedo mia madre e le sue mani nere; e piango pensando non solo a lei, e al sogno, ma anche alla mia gonna verde mela – alla mia siepe di foglie e di fiori in cui avevo nascosto i segreti dell’infanzia. E capisco davvero, fissando gli abiti che mi circondano, perché voglio liberarmene.

Nessuno di questi vestiti verrà via con me. E domani, per quelli che sono già nel mio appartamento, sarà un altro giorno degli armadi.

Valentina Berto

Blam

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