Un segreto mai svelato lega una sorella a suo fratello: «Il bacio di Giuda» è il racconto di Valentina Scelsa
Illustrazione di Josephine Tomarchio
«Al 14 di via Salaria spacciano.»
«Lei chi è?»
Non doveva esserci il sole, e le farfalle, e i fiori di campo ai margini del cortile, i papaveri le ginestre, la lavanda, l’aria leggera. Doveva piovere, o quantomeno dovevano esserci le nuvole, grosse nuvole gravide e scure. Dovevamo essere nella sala visitatori, non nel cortile, una sala grigia, puzzolente di muffa e disperazione; e angoscia, l’angoscia di quelli in attesa della pena, come te. Quanti anni ti avrebbero dato, Otto? Non eri incensurato. Eravamo al G8, il braccio di Rebibbia dove dovevi marcire, e ci penso solo adesso, G8 eri tu: Germini Otto, Otto Germini, che coincidenza, che ridere. Dovevi avere le occhiaie; la faccia smunta, pallida; lo sguardo perso. Non eri mai stato in prigione, non sapevi quando ne saresti uscito. Un labbro spaccato, un taglio sulla guancia che si stava rimarginando, sì, ma avevi gli occhi vivi.
Non doveva esserci il sole, e le farfalle, quelle piccole, gialle. Fuori non c’erano farfalle.
«Me lo dai ’n bacetto?»
Non dovevi darmi quel bacio. Sulla guancia, bagnato d’affetto e nostalgia. «Me lo dai ’n bacetto?» hai chiesto e io mi sono irrigidita. Tu però hai impresso le tue labbra screpolate, anche da piccolo le avevi screpolate, sulla mia guancia, a lungo, e ho sentito il cuore che batteva troppo forte, non avrebbe dovuto.
Due anni di differenza, io la grande, dovevo pensare a te. Da piccoli tutti ci chiedevano se fossimo gemelli. Le differenze del carattere hanno poi modellato i nostri lineamenti rendendoli così diversi.
«Che è tua sorella?» ha chiesto un energumeno pelato tatuato anche in faccia, e ti ha strizzato l’occhio. «Siete spiccicati!» Lurido avanzo di galera, ho pensato, mentre gli voltavo le spalle. Tu hai ridacchiato, imbarazzato e contento, mi hai fatto ribrezzo.
Nel cortile dove eravamo c’era una chiesa; ti ho chiesto di entrare, avevo bisogno d’ombra. «No, scherzi?» hai riso, come se avessi fatto una delle mie battute.
«Si sta così bene qui, al sole» hai detto sorridendo, sembravi felice. Felice. «Sono felice di vederti, ero certo che non saresti mai venuta» hai balbettato, e gli occhi ti si sono fatti liquidi. E no cazzo! Non ti azzardare a metterti a piangere, Otto!, ho pregato dentro di me, e ho fissato le tue Adidas sfondate, decisa a non guardarti più negli occhi. Mentre blateravi di quanto fossi stupito, grato, di vedermi, ti sei piegato di scatto sulle ginocchia e ti sei tirato su, nel pugno chiuso la coda di una lucertola guizzava impazzita.
«Ti ricordi quando staccavamo le code alle lucertole?» Tu le staccavi, Otto, tu; io cercavo di impedirtelo, ma tu dicevi che non gli facevi male, che tanto sarebbero ricresciute. Hai aperto la mano, ci hai soffiato sopra, la lucertola è schizzata via.
«Quanto ci divertivamo da ragazzini, a giocare giù in strada, sotto casa. Le botte che davi a chi ci dava fastidio!» hai riso ancora. Stupido idiota, le botte le davo per difendere te da chi ti prendeva in giro, te e il tuo ridicolo nome. In quella stessa strada hai iniziato a spacciare, questo non lo ricordavi, Otto?
«Eravamo inseparabili» hai sospirato. Eri una lagna, Otto, una vera piaga. Alle elementari mi facevi chiamare dalla bidella per venire nella tua classe ogni giorno. Facevi finta di avere mal di pancia, ti piegavi sul banco con la testa sulle braccia, e invece stavi male perché eri un gran somaro e non avevi fatto i compiti, non volevi essere interrogato. Ma non era mai colpa tua, vero Otto? E io lì a consolarti, a portarti la camomilla, a coprire di carezze quei capelli ispidi, ricciuti e rossi, come i miei; le gote lisce, la schiena; a farti il solletico perché lo sapevo che stavi facendo finta, ma non troppo, per non farti scoprire. A soffiarti il naso. Ti colava sempre il naso.
«Se solo non fossi partita» mi hai detto un giorno, come se fosse tutta colpa mia. Hai voluto accompagnarmi all’aeroporto anche se non volevo, dieci anni fa, e quando mi sono girata, quando mi sono girata, tu eri ancora lì, davanti alla fila per il metal detector, impalato, sperduto. Ho pianto per tutto il volo fino a Dublino. Non sapevo quando sarei tornata a Roma, ma tu dovevi raggiungermi, l’avevi promesso; l’inglese lo potevi imparare con me. Invece hai deciso bene di iniziare a spacciare; non solo droghe leggere, di tutto. Sei diventato un delinquente, ti sei lasciato invischiare, perché sei un debole e tutto quello che ho fatto per te non è servito a niente. Sono stata presuntuosa, e stupida. Quel giorno al G8 avrei voluto gridarti: ti ricordi quando mi hai denunciata alla polizia? Hai rubato tutti i soldi di mamma e quando ti ho accusato, e chi altro poteva essere stato, Otto? Tu hai denunciato me. Ma in galera adesso guarda un po’ chi c’è! Si chiama giustizia questa, Otto.
«Tempo scaduto, si rientra signori!» ha urlato la guardia, nonostante il lavoro di merda che fa, anche la guardia era di buon umore.
«Sono stata io, sono stata io, Otto!» La mia voce doveva essere dura, spietata. «Ti ho denunciato io.» Volevo che ti trafiggesse il cuore, come una lama. È uscita una vocina frignante, una vocina colpevole, dispiaciuta, la voce di una che ha fatto la cazzata più grande della sua vita.
«Tempo scaduto signori!» La guardia era ancora di buonumore, ma questa volta il tempo era davvero finito. Non ti muovevi; finalmente il sorriso era sparito dalla tua faccia. Avevi la stessa espressione stupita, addolorata, di quando da bambino prendevi gli schiaffi da papà senza motivo, perché era di cattivo umore. Li prendevo anche io, gli stessi schiaffi, anzi molti di più, mi prendevo anche i tuoi, Otto. A fatica hai sussurrato «Perché?»
Una domanda talmente stupida, proprio una domanda da Otto. Sono rimasta zitta, fissavo un punto lontano, mi faceva male la mascella. Mamma è morta. È morta, Otto. Per colpa tua. Era ancora giovane. Le è preso un colpo, per te, è diventata una pianta. Non parlava, non si muoveva, però gridava, come gridava, Otto! Mamma è diventata una pianta, una pianta che capiva tutto. Hai mai sentito una pianta che grida, Otto? Che piange a ogni cambio di pannolone? Sono tornata a Roma e per dieci anni ho sopportato tutto, c’ero solo io con lei. Mi hai rovinato la vita, Otto, e io volevo ucciderti. Desideravo farlo, con un coltello; volevo pugnalarti ancora e ancora finché la rabbia fosse stillata tutta.
«Perché?» hai chiesto.
Ti sei avvicinato di nuovo, mi hai presa alla sprovvista, sono scattata all’indietro, pensavo volessi picchiarmi. Invece mi hai abbracciata. Stringevi forte e io sono rimasta con le braccia lungo i fianchi, non riuscivo a respirare. Mi hai baciata, un altro bacio umido sulla guancia, le labbra premute con forza. Quanta urgenza, Otto; dov’era questa urgenza quando sei sparito per anni?
«Torni, però, vero?»
Povero cane bastonato, maledetto cane bastardo, debole, vigliacco. Cretino. La stupidità è sempre stata il tuo vero problema, Otto: «Non mi rivedrai mai più, Otto, m-a-i p-i-ù!» ho scandito bene le lettere, lentamente. «Hai capito, deficiente? Sei solo adesso.» Gli occhi marroni, i miei stessi occhi, si sono fatti di nuovo lucidi, le spalle scosse da sussulti, prima che scoppiassi a piangere come quando eri bambino ti ho urlato: «Vattene affanculo!» e eccola, eccola la voce che cercavo! Quella che ho costruito con fatica, precisa e assassina; la voce che tante volte ha sognato di pronunciare queste esatte parole.
Me ne sono andata e ti ho lasciato lì, impalato. Non mi sono girata, neanche una volta.
Non doveva esserci il sole.
«Al 14 di via Salaria spacciano.»
«Chi è lei?»
Non dovevano esserci le farfalle.
«Otto Germini, è lui che ci vive.»
«Non accettiamo denunce anonime. Il suo nome prego.»
«Maria Germini.»
«Come è a conoscenza dei fatti?»
«Sono sua sorella.»
Non credevo ne avessi il coraggio, Otto.
«La signora Germini? Sono il direttore del carcere. Ho una brutta notizia da darle.»
Con un coltello, con un coltello ti sei infilzato il cuore. Deciso, hai affondato con forza fino in fondo, per una volta nella vita. La stessa notte.
Non dovevi darmi quel bacio.
Giuda.
Valentina Scelsa

