Ricordi evanescenti come pioggia evaporata: «I quaderni di Carmen» è il racconto di Marina Ciangoli

 Ricordi evanescenti come pioggia evaporata: «I quaderni di Carmen» è il racconto di Marina Ciangoli

Illustrazione di Dario Licata

Si accorse della pioggia solo perché alzò lo sguardo verso il finestrino. Scendeva velata, illuminata dai riflessi arancioni e dai bagliori rossi alternati del semaforo, a qualche metro dal bordo della strada dove si trovava Carmen.

Prese il quaderno lasciato sul lato sinistro del sedile posteriore. Con la poca luce, scrisse ancora qualche parola sull’ultimo rigo disponibile, preoccupata che il buio imminente le inghiottisse i ricordi. Sentì bussare, guardò verso il finestrino del guidatore, ma non c’era nessuno. Si rese conto che era la pioggia, violenta, a scrosciare sul tettuccio dell’auto presa a noleggio. Allora aggiunse qualche altro appunto.

Chiuse di scatto il quaderno e lo gettò da dove l’aveva preso, come se volesse centrare l’interno di un secchio. Poi si sporse in avanti, per accendere la radio, quando qualcuno bussò, per davvero, contro il finestrino del guidatore.

«Non ho le chiavi. Le ho lasciate sul cruscotto» e indicò il mazzo mangiato dall’ombra. «Sbrigati, sono zuppo!»

Carmen si era chiusa all’interno dell’abitacolo. Fece quindi entrare Salvo. «Hai fatto bene a chiuderti dentro.» Il rumore della portiera che si chiudeva divenne un fragore unico con lo scrosciare della pioggia. «Non è che hai…»

«Secondo te vado in giro con asciugamani o accappatoi?»

«Era per dire, una cosa qualunque per asciugarmi. Allora? Si va?»

Gettò un occhio sul quaderno come a zittirlo. «Certo» fece una smorfia, dispiaciuta che quella porzione di sedile non fosse a tutti gli effetti un secchio. «Accendi la radio e poi parti pure.»

Mentre girava la piccola manopola in cerca di una canzone giusta per Carmen, Salvo scrutava la sorella dallo specchietto retrovisore per assicurarsi di non averla persa. Trovò una canzone placida, capace di farli sprofondare in una bolla di tenero torpore.

Carmen osservava la cittadina allontanarsi dal finestrino opposto al suo, insieme alle parole scritte e rimaste lì. Salvo voleva lasciar correre, ma alla fine chiese: «Non vuoi sapere com’è andata?».

«Posso immaginare» Carmen, vaga, portò lo sguardo dalla parte del suo finestrino.

«Era davvero arrabbiato con te» senza rendersi conto, Salvo lasciò andare il pedale dell’acceleratore. I giri del motore calarono. «Come fa, dopo tutti questi anni?»

«Gli ho distrutto la fiducia in tanti di quei modi da scriverci un compendio.»

«Va bene, ma sono passati quarant’anni! Nemmeno i corvi portano rancore così tanto a lungo

Carmen si lasciò sfuggire un mezzo sorriso, poi massaggiò la fronte con i polpastrelli, come a liberare la confusione che aveva provocato negli anni e che ora la abitava. «Ci stai ripensando? Lo so, chiunque direbbe che siamo due pazzi, vero?»

La pioggia iniziò a rallentare e rese più nitida la visuale di Salvo. «Se lo pensassi non guiderei da giorni in giro per il Paese, a caccia di rancorosi e smemorati… Scusa!»

«Figurati» Carmen sfiorò il prossimo quaderno da consegnare. I ricordi scritti per tutti i rancorosi e gli smemorati li sentiva vibrare sotto le dita, come a lamentarsi, perché nessuno, finora, capiva la missione di Carmen. «Hai provato a spiegargli la mia situazione? Quello che mi stai aiutando a fare?»

Salvo alzò lo sguardo verso lo specchietto per incrociare quello della sorella. Scosse il capo. «Ha buttato il quaderno al di là di un giardino» disse, per poi tornare a concentrarsi sulla strada zuppa quanto lui, per non vedere l’espressione di Carmen. Udì una risata soffocata e poi le sentì dire: «Almeno il quaderno può essere recuperato. Magari sulla strada del ritorno. Ma la mia memoria la sto perdendo un giorno alla volta» chiuse gli occhi e respirò le note: «Alza il volume, mi piace questa canzone».

«Domani andrà meglio.»

Carmen si svegliò l’indomani con il rumore della portiera che si chiudeva. «Dove sei stato?»

«Ero laggiù, alla cabina telefonica. Tutto ok. Arriva.»

«Ho fatto un sogno strano» la pioggia risaliva in forma di vapore dal cemento e dalle pozzanghere. Carmen intravedeva una folla uscire da un cimitero. I cancelli si aprivano da soli al passaggio di una bara sollevata da uomini tarchiati col passo svelto e gli occhi che brillavano. Avanzavano verso l’auto e vollero mostrarle l’interno della bara. Rabbrividì perché tutto era identico al sogno e perché, anche da sveglia, non voleva vedere un morto. Dentro la bara però c’era un cervello bianco e luminoso tra cuscini chiari. Strizzò gli occhi. Quando li riaprì c’era solo la densa foschia mattutina davanti al finestrino. «C’erano degli uomini… arrabbiati… con un cervello luminescente. Sai che vuol dire?»

«Che i temporali ti scombussolano ancora,» Salvo si girò verso Carmen agitando le dita a simulare un fantasma, «come quando eravamo bambini.»

Una figura avanzava tra l’aria fumosa che sfidava la gravità. Carmen pensò fosse ancora uno di quegli uomini tarchiati che venivano dal mondo dei sogni. O dal mondo della sua malattia. Sorrise invece, dal finestrino, un vecchietto con le mani incrociate sulla schiena come a controllare un cantiere, che per Carmen era abbandonato. Salvo uscì e lo fece accomodare dietro, a fianco alla sorella, osservando i diversi sguardi dei due: uno in cerca di indizi all’interno dell’auto, l’altra a caccia di ricordi condivisi.

«Più o meno, Salvo, mi ha spiegato perché mi cercavi. Mi spiace, molte cose mi sfuggono ancora.»

«Non importa» Carmen gli allungò uno dei quaderni con la copertina blu, riposti in una borsa. «Mi basta che tu abbia questo.»

Con le dita tutte arcuate, il vecchietto cominciò a sfogliare le prime pagine del quaderno. Prima di leggere, guardò Carmen e le rivolse un sorriso di circostanza. Tra le righe gli occhi cambiarono. «Sì, sono io.» L’uomo strinse e fece scorrere tra le dita il naso aquilino, per assicurarsi della propria presenza. «Certo che sono io.» Prendeva forma nelle parole di qualcun altro. In quell’inchiostro vide il ritratto di sé. Lesse di azioni a lui abituali che segnarono una svolta nella vita di Carmen.

C’era una strada notturna e un nodo alla gola. Uno zainetto con la bretella sinistra strappata che non metteva a fuoco tra i ricordi. Nelle parole scritte non gli era chiaro come, ma saliva un senso di orgoglio. Il suo ritratto di lettere a inchiostro tratteggiava un uomo capace di farsi ascoltare con incanto.

Si fermò a prendere fiato. Non era per concentrarsi sui ricordi sbiaditi, ma per tenere a bada qualcos’altro che esalava dalla penna. L’orgoglio se n’era andato e tra lui e Carmen, che guardava fuori dal finestrino, si era come seduto un imponente senso di colpa. Per aver dimenticato una svolta che nemmeno aveva visto accadere. Carmen non mollava il finestrino e si sentì libero di arrossire per non sapere ancora chi fosse la momentanea passeggera.

Così incisivo e così distratto.

Avrebbe voluto chiedere scusa, ma un attimo: tutta questa importanza non era stata ricambiata. Posò ancora lo sguardo sulla chioma striata di Carmen. Non gli tornavano i conti. Non siamo pari. Dovrei ricevere qualcosa in cambio. Sei in debito con me, si disse. Osservò la pagina a caccia della sua ricompensa. Vedeva questa immagine imponente di sé. Era lì il dono ricevuto.

Voltò pagina, immerso nelle ultime righe. Ora poteva sentire, dentro di sé, il clic di un meccanismo sbloccato. «Quella ragazzina… eri tu! Alla fine sei andata allora!»

Carmen portò lo sguardo luccicante e umido sul volto del passeggero. Sorrise. Le spalle si abbassarono, in un riposo cercato per tutto il viaggio. Per un istante il volto di Carmen si incrinò, poi tornò rigido. Le labbra si raddrizzarono, gli occhi si asciugarono. Guardò i due volti e chiese: «Chi siete?».

Salvo sorrise, amaro. Fece per allungare la mano verso Carmen, ma si trattenne. «Lui è Bonelli, il maresciallo che avevi incontrato tanti anni fa.» Il vapore si era ormai dissolto nella luce mattutina che scintillava sulla carrozzeria nera del Maggiolino a noleggio. «E io sono tuo fratello, Salvatore.»

Marina Ciangoli

Blam

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