Quando le dipendenze non colmano i vuoti: “Fame” è il racconto di Giulio Di Donato

 Quando le dipendenze non colmano i vuoti: “Fame” è il racconto di Giulio Di Donato

Illustrazione di Francesca Paola Turco

Conosceva bene la sensazione: le narici spalancate, il rivoletto caldo di bava alla bocca, la sensazione di un moto fluido che premeva con forza per risalire dagli intestini. 180 kg stamattina. Ovvero, il peso di due grossi maschi adulti. Ma anche il peso dei suoi tre figli, compreso Omar, il più grande, che quest’anno avrebbe sposato la sua fidanzatina del liceo. E poteva andare avanti. Il vantaggio di essere grassi – il vantaggio di esserlo ben oltre la comune accezione del termine – è che si tende a sviluppare una specie di strana inclinazione per le associazioni analogiche. Immagini, perlopiù. Figure o parti di figure. Prendi un numero e lo trasformi automaticamente in una metafora visiva, in qualcosa d’immediatamente percepibile. Il suo uccello per esempio. Forse era ancora lì, a sonnecchiare tra strati e strati di tremolante grasso larvale, e così anche le caviglie e i piedi, con le unghie delle dita che sbucavano sbilenche dai calzini come le zanne affilate di un facocero.

Era stata una perdita progressiva. Complessivamente accettabile, nell’insieme. Una specie di lento glaucoma che si allargava a ritmi impercettibili finendo per cancellare tutto ciò che si trovava sotto la linea solare del suo immenso pancione.

Ma le cose stavano per cambiare. Sissignore! Basta con i materassi bariatrici, basta con le cinture elasticizzate in misto acrilico che ti fasciavano il busto come una troia del Settecento e basta aggrapparsi al deambulatore ogni volta che doveva andare in bagno a pisciare. Anni di penose umiliazioni, diete e inutili esercizi e finalmente la soluzione era lì, a portata di mano. Non doveva fare altro che mettersi comodo, rilassarsi e godersi la magia. Una siringa da 10 ml conteneva circa 7 mg di angriglutide in soluzione iniettabile. L’angriglutide – anche detta angritidinaera una nuova molecola di sintesi le cui subunità proteiche si attaccavano a specifici recettori presenti nell’ipotalamo, inibendo il senso di fame. O almeno, questo era quanto riportato nel pratico foglietto illustrativo redatto in quattro lingue diverse e comprensivo di un’esaustiva sezione sugli scopi dello studio. Quanto a lui, quello che aveva capito era che gli bastava spararsi nel culo quell’affare tutte le volte che il suo cervello gli ordinava di far fuori un’intera confezione di muffin alla cannella o, che so, aprire il frigorifero e spalmare su una bella fetta di pane tostato qualche generosa cucchiaiata di burro, perché quell’indomabile senso di fame rabbiosa lasciasse il posto a un piacevole stato di appagamento post coitale. Il futuro. Ma nel suo personalissimo caso di cavia da laboratorio, un meraviglioso e luminosissimo presente.

Lo studio in questione, condotto da un team di specialisti che coinvolgeva più di cinque discipline e una decina di Paesi sparsi nell’Unione, prevedeva la partecipazione volontaria di 500 grandi obesi di età compresa tra i 25 e i 65 anni, per la durata complessiva di 12 mesi. Criteri di esclusione: pregressa ischemia cardiaca, pregresso ictus cerebrale, retinopatia diabetica, insufficienza renale cronica, psicosi e/o altre gravi alterazioni di natura psichica. Quando aveva letto la notizia in televisione – un minuscolo trafiletto nel sottopancia di un’avvenente giornalista che sembrava la copia sputata di Catherine Bach ai tempi di Hazzard – si era scritto il numero sul palmo della mano, aveva finito di gustarsi il suo doppio cheeseburger con contorno di patatine, quindi aveva fatto partire la chiamata e dopo un breve interludio musicale, si era fatto fissare un appuntamento. I risultati erano stati sorprendenti. In meno di sei mesi era passato da 295 a 235 kg nutrendosi quasi esclusivamente di ciuffi di sedano e gallette di riso, e ce n’erano voluti solo altri quattro per scendere sotto quota 200. Il tutto comodamente seduto sulla sua speciale poltrona in ecopelle vegetale con testiera regolabile e innovativa seduta antidecubito.

Ed eccolo qui. Eccolo qui, il nostro caro ciccione, il nostro rivoltante botolo di carne alle prese con la sua terza iniezione di angliglutina fast-inject® in questo plumbeo pomeriggio di metà autunno. Eccolo che estrae la siringa dalla confezione, rimuove goffamente il cappuccio copriago ed espone un sontuoso quadrato di lardo di chiappa al pungente tocco di un ago ipodermico. Gli piace. Lo diverte moltissimo. L’eccitazione, l’euforia genitale che precede l’innesco, mentre il fiotto di liquido caldo schizza fuori dall’ago spandendosi lentamente nei tessuti; e poi l’attesa, breve, brevissima, e subito dopo quell’indescrivibile senso di sazietà, di libidinosa e completa ripienezza. Magnifico. Tutto assolutamente magnifico, anche se ultimamente aveva notato che ogni volta che si faceva di quella roba, gli prendeva una voglia matta di fumare. All’inizio non ci aveva fatto troppo caso – magari era solo una combinazione, o magari un banale effetto collaterale del farmaco, certe medicine lo facevano –, sta di fatto che era piuttosto strano, se non altro perché a lui le sigarette non erano mai piaciute. Giusto un paio di spinelli da ragazzo e qualche bongo alle adunate studentesche, ma non si poteva certo dire che avesse il vizio. Il cibo sì. Le sigarette no.

Eppure, da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine di allungare un centone al figlio diciottenne della vicina – un ragazzone implume, con i capelli unticci e la faccia devastata dall’acne – perché recapitasse al suo pianerottolo due stecche di Marlboro Light la settimana, con i gentili omaggi del suo tabaccaio di fiducia. Gli piaceva disporle in file ordinate da cinque o sei, le une vicino alle altre, la sua personale falange di nicotina pronta per l’uso, e com’era bello sbuffare nell’etere delle vaporose scie di fumo mentre il cervello si arrendeva docile alla tempesta neurochimica che si abbatteva sulla sua strabordante, immonda grossezza.

Il punto è che tutte quelle sigarette avevano cominciato a creargli qualche problema. Nulla di eccezionale, chiaro. E comunque niente in confronto a quello che aveva passato. Un po’ di catarro al mattino e qualche colpetto di tosse di quando in quando e i denti – l’unica parte del suo corpo verso la quale non provava ancora repulsione – che avevano assunto quella sgradevole colorazione giallo-mostarda che poco s’intonava con il suo pallido incarnato grigio-ardesia. Tutta roba assolutamente gestibile, insomma, ma sufficiente per metterlo in allarme e convincerlo che era arrivato il momento di darsi una regolata. È curioso. Trecentomila anni di evoluzione e alla fine non era cambiato proprio niente. Tutta la storia dell’umanità non era che una lunga e miserabile storia di appetiti insaziabili. Cupiditas della dissoluzione. La continua, smodata ricerca della morte attraverso il piacere. Patetico. Triste e decisamente patetico. Ma non più. Non questa volta. Stavolta era diverso. Con quella merda non si scherzava mica. Ti spediva dritto dal creatore, ti faceva venire ogni genere di cancro sulla faccia della terra, costringendoti a parlare con quegli aggeggi di metallo davanti al collo, e a lui proprio non gli andava di andarsene via così, in un letto d’ospedale, con i polmoni incatramati e ridotti a una groviera e un tubo di plastica ficcato in gola, non adesso che aveva ricominciato a prenderci gusto.

Adesso invece è tutto diverso. Adesso con più di un quintale di lardo in meno sul groppone, può muoversi in autonomia, non ha bisogno di sedersi a riprendere fiato ogni due minuti o tenere il telecomando legato alla cintola per evitare di doverlo recuperare dall’altra parte della casa, tanto per dirne una. Può farlo. Può perfino sedersi da solo, allungare le gambe, aprire una bibita a basso contenuto di zuccheri e accendere la tv. A quest’ora c’è il notiziario delle 19.00. Catherine Bach e la sua vocetta anodina stanno dicendo qualcosa a proposito della Corea, a proposito delle tasse, a proposito della guerra. Mentre sotto il generoso décolleté sfila in silenzio una discreta parata di lettere corsive: Partiti gli studi sulla smochidina, rivoluzionaria molecola di derivazione suina che promette di eliminare il desiderio di fumare in soli sei mesi. Chiama ora e prenota una visita gratuita.

Le parole sfumano in una specie di jingle musicale. Lui sospira e chiude appena le palpebre. Pensa. La Marlboro appoggiata sulle dita sta consumando una sottile colonnina di cenere come la coda tossica di una cometa. Riapre lentamente gli occhi e lancia uno sguardo al telefonino, poi cicca il resto della sigaretta nel portacenere e sorride.

Potrebbe sempre fare un tentativo.

Potrebbe provare.

Giulio Di Donato

Blam

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