Un luogo che non esiste eppure potrebbe: «Città sommersa» è il racconto di Silvia Atzori

 Un luogo che non esiste eppure potrebbe: «Città sommersa» è il racconto di Silvia Atzori

Illustrazione di Prisca Rinaldi

È un luogo qualsiasi: una qualunque strada di una città come Milano potrebbe funzionare. Pensa a qualcosa che sta per succedere o, più probabilmente, non accadrà mai, se non nello spazio della sua rimasticazione di informazioni sensoriali, nella volontà di farsi occhio. Spettatore. Giudice. Piove, come accade quasi sempre in città simili a quella che immagina. L’asfalto si scompone in micro-cristalli, nei riflessi della pioggia e degli agenti inquinanti, prodotti oleosi che disegnano una patina iridescente sulle pozzanghere. Non fa così freddo, potrebbe essere febbraio, ma l’acqua impregna ogni cosa: i vestiti, la pelle che resta fuori, crea minuscole perle bianche che ricoprono tutto. In questo tutto: le ciocche di capelli di una donna, coperte da una patina umida che poi si fa radice, si infila tra le stoffe. Lei sa che anche la sua pelle ora è viscida di quell’umore, come quella di un anfibio. Ne prova un certo ribrezzo. La sua attenzione è attirata da alcune nuvole di vapore, che si fermano a mezz’aria. A volte sembra seguano gli scarichi delle automobili, con le loro sagome dure, traslucide, metalliche. Altre volte risalgono dalle grate, come da sfiatatoi, ma nulla in tutto questo ricorda il mare: è aria calda, densa, miasmatica. Nulla ricorda il mare, nonostante tutta quest’acqua drammatica, la figura del disastro: apocalisse e diluvio. La donna lo ha sempre pensato: nulla della città è fatto per sopportare la pioggia. Si ricorda parole come «canale di scolo» e «asfalto drenante». Sorride per averle evocate nella mente come fossero taumaturgiche, come una formula magica. In realtà, ha perso ogni forma di fiducia. Sostenere tutta quell’acqua non è pensabile. Sa che, quando la città sarà allagata, dovrà agire in fretta. Ed è solo questione di tempo. Non riesce ancora a concentrarsi sulla fuga, piuttosto pensa all’aspetto degli oggetti sommersi: le rotaie dei treni assorbiranno il freddo degli abissi, diventeranno finalmente lucide. Gli edifici si copriranno di alghe e molluschi, l’acqua impasterà il cemento, lo renderà morbido, ne adatterà i contorni alle proprie correnti: una carezza che violenta le forme. I metalli manderanno dei bagliori sinistri, ma saranno carichi di vibrazioni, udibili solo agli animali marini, che saranno gli unici animali rimasti. Tutti gli animali saranno animali marini. È il destino delle città quello di essere sommerse. Lo ha sempre pensato. Non ha alcuna fiducia nella sopravvivenza della sua specie.

Si stringe nel cappotto e prosegue la strada che aveva immaginato. Ora, dovrebbe poter attribuire un motore degli eventi: nulla di straordinario, dovrà incontrare un uomo. Per questo non è necessario immaginare altro, non è necessario che i due abbiano un volto. È necessario che abbiano una parte. È probabile che lui sia più grande, che abbia letto dei libri che lei non conosce, che gliene abbia consigliati alcuni. Si può decidere che sia molto bello, o che non lo sia, questo importa davvero pochissimo. Deve avere una voce, che la risveglia dal torpore, la chiama per nome, la afferra direttamente da quelle lettere. Entrano in un luogo che potrebbe essere una casa, che dovrebbe essere una casa, con un divano, un tavolo, delle sedie di plastica su cui sedersi, una libreria con i libri, gli stessi che ora ha letto anche la donna. Ma è più probabile che sia l’ingresso di un edificio dove passano altre persone: uno studio dentistico, la portineria di un palazzo o la hall di un albergo. Potrebbe aver ipotizzato l’ultimo caso. C’è poca luce, il personale all’ingresso ha un accento straniero, pare sudamericano. Per il resto nulla la stupisce: gli infissi sono di legno, le pareti bianche, senza macchie di umidità, per terra si calpesta una moquette verde o blu scura. Un fondale di sabbia compatta non raggiunto dalla luce.

Nel frattempo, però, si accorge che qualcosa sta cambiando. Forse l’uomo ha pensato troppo forte, ha pensato che tutta quella pioggia fuori gli ricorda il bosco, che quando era piccolo faceva lunghe passeggiate con suo nonno o con suo padre, non importava se ci fosse brutto tempo: stare nel bosco era come trovarsi sotto un grande ombrello e lui deve aver ricordato che il suono cambiava a un certo punto. Il rumore ritmico della pioggia sul sentiero si allontanava, diventava poco più che un ricordo. C’erano gli alberi sopra la sua testa, sopra quella di suo padre o di suo nonno, molto più in alto della sua. Il terreno era scuro e odoroso, a volte le scarpe si incollavano al pantano, che poi inibiva il passo successivo. Una terra nera e vischiosa su cui ricordarsi come si cammina. Qualche volta una goccia più pesante lo colpiva in testa. Poteva capitare. L’attesa stessa dell’evento lo riempiva di trepidazione; era il prezzo da pagare per evitare tante piccole gocce come spilli: gli alberi proteggono, ma qualche volta aprono una falla e ci si accorge della loro benevolenza. Deve aver ricordato troppo forte quell’acqua, il rumore, l’odore di legno bagnato, deve aver indotto in errore la sua accompagnatrice o lei stessa essersi sbagliata prima, nella sua costruzione narrativa. In ogni caso, ora si trovano nel bosco. Pochi passi ancora e si accorgono di non essere soli: ci sono due animali al centro di una radura. Chi assiste alla scena non sa dire che animali siano, ma del resto è così poco importante. Si affrontano dove gli alberi sembrano fare cerchio alla lotta. Anche solo per abitudine o per una certa assuefazione all’iconografia, potrebbero essere uno bianco e l’altro nero. Non escludono le immagini che gli vengono subito in mente – leone e toro, falco e colomba, volpe e coniglio –; le accolgono tutte senza dover praticare una scelta. Forse uno cerca di sbranare l’altro e l’altro si difende e ci sono i graffi, gli affondi, i morsi. Un grande scempio di carne e sangue, pelli e artigli. E tu quale vuoi essere? La preda o il predatore, deve aver chiesto qualcuno, a un certo punto. Forse è lì che tutto è iniziato. Il bambino ha la nausea della lotta e non risponde. Nessun ruolo è sicuro se sente i denti che strappano e la carne dilaniata insieme. Quindi non risponde e aspetta. Aspetta che l’acqua dalle foglie invada il bosco, l’acqua che impregna il terreno e lo trascende. Aspetta che il bosco diventi fondale, che la lotta sia sommersa. Ci sono ancora le figure, una bianca e una nera, come quelle della storia che leggeva da piccolo: il marinaio e l’enorme mostro bianco e imprendibile, che lo trascinava sotto la superficie. Sentiva i muscoli forti smuovere la massa d’acqua nera tirarlo come un magnete, farlo precipitare. Quella lotta è ancora lì. Pietrificata nel diorama dell’abisso. Tutto intorno si è fatto corallo traslucido. Gli alberi ormai sono coperti di alghe, ospitano nelle fessure le creature luminose dei fondali. È il destino dei boschi quello di essere sommersi. Lo ha sempre pensato. Non ha alcuna fiducia nella sopravvivenza della sua specie.

La donna e l’uomo adesso sono per strada. Prendono il telefono, controllano distrattamente i messaggi, senza leggere davvero quelli che hanno lasciato in sospeso. Non ha mai smesso di piovere. Sentono di nuovo i passi dietro di sé, attraverso le foglie e sparsi sul marciapiede. L’odore dell’altro è nell’aria, l’umidità lo trasporta con più violenza alle narici. Le pupille si fanno più larghe, raccolgono tutta la luce possibile, per visualizzare un nuovo riparo. Non sanno se si rivedranno, ma ora, nella città sommersa, dovranno imparare a respirare con le branchie.

Silvia Atzori

Blam

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