Storia di una squadra di polizia stramba: «Chiedi alla Polfer» è il racconto di Andrea Belushi
Illustrazione di Dario Licata
La polizia ferroviaria di Phologna è stata la sola a prendere sul serio la piaga degli uomini con gli occhi acquosi. Sostengono così ardentemente questa teoria da sfidare la questura di Parigia e il dileggiare cameratesco di tutte le altre divise. Ci credono talmente tanto che sul piazzale appena fuori dalla stazione hanno fatto installare uno schermo enorme con un messaggio trasmesso in undici lingue, accompagnato da foto di noti criminali dagli occhi acquosi, che dice: «Se incontri un individuo con queste caratteristiche, chiama la Polfer! Per maggiori informazioni, chiedi alla Polfer!».
L’idea è stata del comandante Antonio Magno; davvero un bell’uomo con quella mascella mediterranea maschia su cui si estende una convenevole ma decisa barba e due grandi occhi celesti che gli donano quell’espressione fascinosa e rassicurante da attore di soap opera. Spesso le studentesse universitarie in attesa del treno per Parigia gli sventolano in faccia piccoli pacchetti di hashish per poi nasconderli nelle mutandine urlando: «Comandante venga a perquisirmi!».
Antonio Magno ha anche chiesto e ottenuto di formare la propria squadra. E lui ha selezionato solo quelli che durante gli anni della scuola superiore di polizia erano considerati da tutti degli invisibili sfigati weirdos: Feliciano Cagliostri, detto «Sturaro» perché quando va in panico ricalca pedissequamente la fatality dell’ex centrocampista bianconero eseguita contro il Bayern Monaco. Milziade Caporalati, detto «Barbarossa» per la quantità di pali e figure di merda subite con ogni donna russa che transita dalla stazione. Kevin Morfeo de Sanctis, detto «Trottolino» perché la moglie, durante il suo addio al nubilato a un concerto di beneficienza con noti artisti della vecchia scena pop italiana, si è introdotta nei camerini per bere come una merda, riempirsi la borsa di cosmetici e dulcis in fundo farsi scopare a pecorina dal maestro Amedeo Minghi. Liz Birri, detta «Rosenberg» perché autrice delle seguenti tesi, minuziosamente scritte a penna in un grosso diario rivestito in pelle di opossum:
«Gli occhi acquosi sono categoricamente da escludere tra chi è di pura razza umbra».
«La concentrazione maggiore di casi è stata riscontrata in Campania, soprattutto nel napoletano».
«I balcanici con il cranio piatto, sia in zona parietale sia occipitale, tendono a sviluppare gli occhi acquosi».
«I rom hanno occhi acquosi ma stanno sul cazzo agli altri occhi acquosi e quindi si combattono senza un reale scopo».
«Teoria azzardata, forse, quella che ipotizza una disfunzione drammatica della materia grigia che prende possesso degli occhi per far vedere a tutti quanto è triste e sola dentro quel cranio. All’inizio si diverte e anche l’ospite appare piuttosto sereno. Col passare dei mesi farsi compatire non le basta più; sviluppa 3 o 8 tentacoli con cui scava e graffia dal solco palpebro-malare alla deformità solco lacrimale col nobile scopo di creare magnetismo. Tuttavia lo scotto da pagare è una maledetta salina: la materia grigia si rilassa, ma lo fa afflosciandosi e, senza prendere in considerazione l’idea di potersi autorigenerare, sprofonda in una depressione rabbiosa, insensata ed estremamente dolorosa.
L’ospite sarà ossessionato da questo supplizio e ne cercherà inutilmente la causa in ciò che è al di fuori di sé stesso. Umilierà i più deboli e procreerà col solo scopo di trasmettere sofferenza. Questo processo può avere luogo in qualsiasi momento del percorso vitale di un essere umano; la maggior parte dei casi è stata collocata tra i 9 e i 30 anni con un apice intorno al periodo adolescenziale».
Durante i mesi estivi non c’è molto da fare alla stazione di Phologna e capita che i cinque si mettano a giocare a Dixit sulla scrivania del comandante, degustando frutta fresca di stagione accompagnata da del mate congelato. Ogni Ferragosto, invece, organizzano una grigliata su una spiaggia appartata del lago di Fiastra. Quest’anno il Barbarossa si è presentato con un intruglio di Monster Energy e Amaro Ramazzotti che ha battezzato col nome di «Chinorco». La Rosenberg ha deliziato gli ospiti cantando i maggiori successi del primo Leonard Cohen; ad accompagnarla c’era un charango boliviano e delle campanelle legate a entrambe le caviglie. Sturaro e Trottolino sono arrivati in loco di prima mattina per costruire un braciere professionale, piazzare un grosso gazebo con all’interno cuscini, cassa bluetooth potente, ventilatori a pile e una specie di tavolo senza gambe per appoggiare cibo e roba da bere. Antonio Magno è giunto alla spiaggia direttamente in kayak; abbandonati i remi, ha percorso gli ultimi tre metri che lo separavano dalla riva solcando le acque con due lunghissimi salami.
Gli invitati sono impazziti tipo funerale del caro leader nordcoreano. Come da tradizione c’è stato prima un brindisi propiziatorio e poi un breve discorso del comandante accompagnato dalla Nona di Ludwig in sottofondo. I ragazzi si sono seduti nel gazebo, hanno tracannato vini freddi e divorato ogni tipo di carne che la norcineria dell’appennino umbro-marchigiano può offrire. La Rosenberg ha preso in braccio il charango e ha iniziato a cantare una sua versione di So Long, Marianne in stile fado delle Ande. Nessuno ha osato fiatare, sorseggiare vino o muoversi di un millimetro. Antonio era l’unico dei quattro che conosceva questa canzone e il motivo per il quale è stata scritta. I suoi occhi celesti fissavano un albero solitario, spoglio e mezzo bruciato che si erge sulla riva opposta. Il sole ha creato una voragine di luce sul palmo di lago proprio davanti a quell’arbusto che sembrava tendere uno dei suoi rami avvizziti verso quel bagliore nel disperato tentativo di entrarci in contatto. A un certo punto Barbarossa, Sturaro e Trottolino hanno intuito le parole del testo e iniziato a cantare garbatamente il ritornello finale insieme a Rosenberg che, galvanizzata, è andata a oltranza. Si è alzato un venticello elegante e materno come se fosse uscito dalla grotta della Sibilla.
Andrea Belushi

