Far nascere qualcuno mentre stai morendo: «Il Caos» è il racconto di Sara Catacci

 Far nascere qualcuno mentre stai morendo: «Il Caos» è il racconto di Sara Catacci

Illustrazione di Gianluca Azzena

Le urla non sono le mie. Nella stanza di fianco sta succedendo qualcosa che accade da milioni di anni, un Caos a cui nessuno ancora è riuscito a dare un ordine. Ci provo io, adesso, distesa sul letto con il camice e la cuffietta di lattice in testa. Il battito del mio cuore, monitorato assieme a quello del bambino, è regolare e ordinato, come quando ci si prepara a un lungo sonno. Il mio corpo lo sa che può fidarsi della scienza. A mio padre, la scienza l’aveva sempre affascinato. Invocava Einstein e Newton quando era di buon umore e faceva lo stesso con Dio e parecchi santi quando non lo era. Mio padre è morto nel momento esatto in cui sono rimasta incinta. La scienza non c’entra niente, e neanche Dio. È sempre lui, il Caos. E io lo odio, perché sono una persona calma.

Quando l’ostetrica mi viene a chiamare, entrambe ignoriamo le grida. Mentre mi porta giù con l’ascensore la mia mano destra comincia a tremare. Ignoro anche questo e lei fa lo stesso. La sala operatoria è gelata e le luci bianche assomigliano a un’esplosione nucleare.

«Si metta in posizione per la spinale» mi dicono.

Io eseguo, diligente. Le mie spalle si incurvano sotto un vento che non esiste.

«Andrà tutto bene» mi dice l’ostetrica.

«Certo» le rispondo. Ma appena l’anestetico raggiunge la parte inferiore del mio corpo, capisco che non potrò dare ordine a niente.

È impossibile farlo quando stai per morire.

 

Il primo a tradirmi è il cuore. I suoi sessanta bpm, perfetti nella loro regolarità, all’improvviso si sommano a sé stessi diventando centoventi, dimostrando una certa abilità aritmetica. Anche mio padre era bravo in matematica, e non aveva finito nemmeno le superiori. Quando gli portavo la pagella con tutti otto e nove, tranne quel sei nella sua materia preferita, distoglievo lo sguardo un attimo prima di vedere il dispiacere nei suoi occhi trasformarsi in delusione.

«Non mi sento tanto bene» sussurro a quelli di fronte a me. Ma loro manco mi sentono. Parlano delle vacanze al mare.

Mio padre adorava il mare, lo amava così tanto che ha preso insolazioni tremende decine di volte. Stava tutto il giorno sugli scogli ad aprire ricci e a mangiarseli crudi, ignorando qualsiasi norma igienica. Tornava a casa al tramonto con la faccia e la schiena bruciate, faceva la doccia e si buttava a letto felice. Poi, puntualmente, alle tre di notte si svegliava con la febbre a quaranta e vomitava per tutta la camera da letto. E mia madre giù a pulire.

 

Quando arriva anche la nausea mi ricordo che l’anestesista è accanto a me.

«Che sta succedendo?» le chiedo.

Lei mi guarda da sopra la mascherina. «Ora taglieranno l’utero e tireranno fuori il bambino.»

Tagliare via qualcosa per tirarne fuori un’altra. Non mi sembra una buona idea.

«Sentirai solo una leggera pressione, nessun dolore.» L’anestesista mi sorride e io cerco di fare lo stesso, ma la sua faccia non ha più contorni riconoscibili, è solo una nuvola grigia di fumo.

Mio padre ha smesso di fumare quando sono nata. Che ne sia valsa la pena almeno, diceva a volte a mia madre con un bicchiere di Amaro del Capo in mano. Di bere non aveva smesso, non ce n’era stato bisogno, perché l’alcol avrebbe danneggiato solo lui. Mia madre gli lanciava sguardi di rimprovero ma non osava contraddirlo. Poi lui si girava verso di me e mi faceva l’occhiolino e io capivo di lui tutto quello che gli altri non erano mai stati in grado di capire. Anche io ho smesso di fumare quando sono rimasta incinta, ma ancora non lo so se ne è valsa la pena.

Adesso sudo anche se fa freddo, mentre un paio di guanti sterili si infilano senza annunciarsi dentro di me. L’anestesista mi tiene la mano e io sento la temperatura del mio corpo diventare così alta che ho paura mi esploda la testa.

Mio padre non mi ha mai tenuto la mano quando stavo male, non erano cose per lui. Il dolore degli altri mi distrugge, diceva, e neanche si accorgeva quanto il suo distruggesse gli altri.

La gola si sta chiudendo a poco a poco, come il sipario di un teatro. «Non riesco a respirare» dico. In realtà non lo dico, lo sputo. Aria e saliva colpiscono la mascherina dell’anestesista.

«Stai tranquilla. Ci siamo quasi.»

E io ci provo sul serio, a stare tranquilla, ma al di là del telo verde sta succedendo un fatto terribile. Da un momento all’altro uno di quei dottori tirerà fuori qualcosa per sbattermela davanti alla faccia. Solo che non sarà il bambino, ma un pezzo del mio corpo, forse lo stomaco o l’intestino e poi la milza e il pancreas, finché non rimarrà più niente. Mi stanno facendo a pezzi ma non sanno come dirmelo. Dopotutto, è una vita che la gente non sa come dirmi le cose, ci sono abituata. Fanno fatica ad allinearsi alla mia mancanza di picchi emotivi, ma non è colpa mia se sono una persona calma. I brividi che mi corrono sulle braccia e sul petto non arrivano più in là della tenda verde, nell’altra metà del mio corpo che ormai non è più mia, dissolta nell’assenza di percezione.

L’ultima volta che ho visto mio padre eravamo nella sua auto. Lui guidava con lo sguardo stanco di chi non dorme da settimane o ha dormito troppo negli ultimi trent’anni. Abbiamo fatto un giro nella campagna, l’autunno sferzava l’aria già da parecchie settimane. Ci siamo fermati davanti a un terreno incolto. Mio padre guardava l’erba alta agitarsi nella tramontana.

«È tutto quello che ho.»

«Non è molto.»

«Lo lascio a te

«E che ci dovrei fare?»

«Non lo so, puoi piantarci dei cocomeri.»

«Sì, come no.»

«Quando mi farai diventare nonno?»

«Che dici papà, ho altri progetti.»

«Hai sempre altri progetti, tu.»

«Tra qualche anno, forse.»

«Forse.»

Aveva ripetuto quella parola come se parlasse a sé stesso. Poi si era voltato verso di me, per la prima volta da quando eravamo saliti in macchina, e mi aveva guardato senza dire niente. E io avevo capito di lui tutto quello che gli altri non erano mai stati in grado di capire.

Sto soffocando, ma nessuno se ne accorge. I dottori e l’anestesista hanno gli occhi lucidi di adrenalina.

«Ci siamo, mamma!»

Per un attimo, prima di capire che la mamma sono io, penso che nella sala operatoria ci sia la madre di qualcuno di loro ad assistere al mio cesareo. Che pensiero ridicolo, prima di morire.

A cosa avrai pensato tu, papà? Pensieri ridicoli o profondissimi? Hai invocato Einstein e Newton oppure Dio? Hai avuto paura del disordine che ti aspettava? Oppure eri felice di entrarci dentro e non preoccuparti più di niente? Ci hai pensato a me?

Forse.

Il dottore alza qualcosa oltre la sua testa come fosse un trofeo, una creatura paonazza. È indifesa ma prepotente, perfetta ma incomprensibile. Assomiglia a mio padre.

Adesso, le urla sono le mie.

 

Mi sveglio nello stesso letto da cui mi sono alzata per andare a partorire. Di fianco a me staziona una culla.

«Ha avuto un attacco di panico in sala operatoria, abbiamo dovuto sedarla» mi dice l’ostetrica quando viene a farmi visita. Panico. Impossibile. Ma come glielo dico che stavo solo morendo, nel tentativo di mettere ordine al Caos? E infatti non lo faccio. Nella stanza di fianco, ora tutto è silenzio. Spero sia un buon segno.

«Mi raccomando, suoni il campanello se non riesce ad attaccarlo.»

Sorrido all’ostetrica anche se vorrei aggrapparmi al suo camice fino a strapparglielo, ma lei mi ha già dato le spalle per continuare il giro in reparto. Poi dalla culla arriva un suono sottile ma deciso, il rumore di chi ignora tutto all’infuori di sé. Prendo in braccio il bambino e cerco di capire cosa fare. Non ne ho idea. Lui apre gli occhi grigi e mi guarda un po’ smarrito, come a dirmi che non ce l’ha neanche lui. Allora appoggio le labbra sulla sua guancia liscia e rimango lì a respirarne il profumo. Tra poco dovrò provare ad allattarlo, ma per ora non faccio nulla.

È impossibile dare ordine al Caos.

Fuori, le fronde dei pini si piegano sotto lo scirocco di luglio.  Tra non molto sarà tempo di cocomeri.

Sara Catacci

Blam

Articoli Correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *