Amare una coppia di pappagalli come si dovrebbe amare una figlia: «Aramacao» è il racconto di Lucia Cherubini

 Amare una coppia di pappagalli come si dovrebbe amare una figlia: «Aramacao» è il racconto di Lucia Cherubini

Illustrazione di Dario Licata

L’uomo si era acceso un’altra sigaretta avvicinando la faccia alla fiamma azzurrina; adesso, appoggiato al davanzale, osservava i due Aramacao descrivere ampie traiettorie convergenti. Uno degli uccelli aveva penne blu, indaco, violette, che sagomavano un indefinito punto d’azzurro in mezzo al cielo marittimo delle quattro di pomeriggio; l’altro, giallo limone e verde, si lanciava in voli più temerari. Cavalcava le correnti d’aria con le remiganti spiegate, come senza peso, e si lasciava precipitare. Proprio quando il suo cuore faceva un tuffo, il pappagallo schizzava di nuovo verso l’alto e si allineava al compagno per descrivere con lui un cerchio perfetto: come se non fossero mai stati separati.

«Il tempo lo passi così?» Claudia sorrideva, non sembrava arrabbiata.

«Spesso sì» aveva capelli grigi a spazzola e qualcosa di curvo in tutta la persona, mentre ripeteva il gesto di portare la sigaretta alla bocca e poi allontanarla, emettendo un esile filo di fumo. Le spalle avevano l’aria di essere state larghe. «Non mi vengono in mente tanti modi migliori.» Subito dopo si pentì di averlo detto e si vergognò della cucina angusta, in cui il lavello stava stretto tra due pensili bianchi e il frigo era un vecchio rottame da camper. Sulle piastrelle erano rimaste tracce di decalcomanie a forma di fragola, pomodoro, limone; sul tavolino una pianta di primule confezionata in carta rosa stendeva imbarazzata le foglie rugose. Claudia le accarezzò: «Non sapevo che avessi la passione degli uccelli» tirò su gli occhi senza incontrare quelli dell’uomo. «Tanto per dirne una.»

«La libertà degli uccelli è un insulto per me» schiacciò la sigaretta sul davanzale, poi abbassò la fiamma sotto la caffettiera. «Non lo dico io, l’ho letto in un libro. E non sono d’accordo. Ma quando ho letto la frase mi è piaciuta, perché tutte le libertà sono un insulto quando ti manca la tua.» Lo aveva letto sdraiato su una branda grigia come tutto il resto, dalle pareti nude alle coperte alle sbarre. Non disse che aveva invidiato i morti di overdose o di suicidio perché almeno loro uscivano, né che nel bel mezzo del quinto anno aveva strappato le ali a una mosca per poi piangere col cuore amaro come un bambino guardandola zampettare impotente.

Sollevò il coperchio della moka e girò col cucchiaino il caffè bollente, riempì due tazzine: «Zucchero?».

«Lo prendo amaro.»

«Come me» un breve silenzio seguì il tono compiaciuto con cui l’uomo aveva detto quelle parole, dopodiché riprese: «Dicono che lo zucchero fa male».

«Davvero?» sentendola ridere non poté fare a meno di osservarla e pensò: mi somiglia; senza provare quel misto di umiliazione e rabbia che lo prendeva di solito davanti allo specchio. Sopra gli occhi verdi portava la stessa zazzera che aveva sua madre trent’anni prima quando avevano fatto l’amore a Venturina, infrattati tra gli scogli. L’aveva vista solo quella notte, l’aveva detto al giudice, alla polizia, all’avvocato. Ora non riusciva a ripeterlo a Claudia, che aveva gambe e mani e labbra proprio come le sue. Lei si lasciò studiare senza dire niente e senza imbarazzo, ricambiando lo sguardo con curiosità.

«Dimmi dei pappagalli.»

«Si chiamano Pappa e Ciccia» arrossì ancora e lei cercò di mettere insieme quell’uomo fragile, insicuro, con quel che aveva sentito raccontare di lui. «È stupido, lo so. Me li ha portati uno di un’associazione perché il proprietario era morto e non c’era nessuno che li volesse tenere. Vivono anche ottant’anni, sai. Per fortuna ci siamo incontrati già anziani» accese un’altra sigaretta e tornò a voltarsi verso la finestra, da cui iniziava ad annunciarsi il tramonto. Quando gli avevano concesso la semilibertà aveva cominciato a fare volontariato in un centro di recupero faunistico: tre volte a settimana allattava caprioli, medicava merli, costruiva casette per i ricci. Alcuni degli animali non riuscivano ad andarsene: avevano ferite troppo gravi oppure erano rimasti in cattività troppo a lungo per sopravvivere all’esterno, così venivano trasferiti in una fattoria didattica o rimanevano semplicemente lì, mascotte del centro, ormai abituati a mangiare dalle mani degli uomini e a imitarne suoni e movimenti. Un vecchio corvo, che lui chiamava tra sé «Il Secondino», aveva imparato a gridare: «Forzaaa! Forzaaa!» e lo ripeteva, appollaiato in cima a un armadio ogni volta che la porta si apriva per lasciar passare i volontari.

«È stato lì che ho conosciuto Fortebraccio» mormorò, tirando su distrattamente i granelli di zucchero che si erano sparsi sul tavolo, inconsapevole dello sguardo della figlia che adesso non lo lasciava mai. «Era un gheppio a cui una rete aveva spezzato l’ala destra. Il veterinario disse che era un maschio giovane, probabilmente nato da un nido vicino alla città e ancora troppo ingenuo per evitarne i pericoli» un sorriso gli distese le labbra, o forse una smorfia. «Disse che una volta guarito l’avremmo liberato in natura.»

Si era occupato quasi esclusivamente di lui per mesi, prima per dargli da mangiare e controllare che non lacerasse, col becco affilatissimo, la benda che gl’ingessava l’ala; poi per assicurarsi che non si lasciasse morire di sete nella gabbia in cui era costretto. Fortebraccio non era un tipo facile, non si era mai lasciato addomesticare. Ogni volta che lui entrava nel gabbione lo fissava dal suo trespolo, sdegnoso della carne che gli aveva portato e delle sue mani rosee, che più di una volta aveva tentato di raggiungere col becco. «Stavo a guardarlo per ore – il piumaggio dorato, la delicata gorgiera di penne nere alla base del collo, le lunghe ali che riposavano clippate perché non potesse ferirsi – non mi ha mai fatto paura. A volte mi pareva che mi guardasse, alzando e abbassando la membrana dell’occhio giallo. Io lo chiamavo» gli tremò la mano, come se l’alzasse per dare una carezza. «“Fortebraccio, bellezza, bella creatura”.»

Claudia osservò il sorriso, vero questa volta, e triste, con cui fissava il tavolino mentre mormorava tutti i nomi che aveva inventato per lui.

«“Vieni qui, lasciati toccare”. Ma non ci sono mai riuscito. Così restavo a guardarlo e basta, e gli parlavo per dirgli che presto, presto, sarebbe stato di nuovo libero. Che non era prigioniero, soltanto doveva portare pazienza.»

Le parole si depositarono brevemente tra loro, senza che nessuno dei due osasse toccarle. Nell’aprile di quell’anno il magistrato gli aveva concesso un permesso premio per assistere, accompagnato da due agenti, alla rimessa in libertà di Fortebraccio. Avevano guidato in silenzio per ore: autostrada, provinciale e poi un’interminabile fila di tornanti che fendeva un paesaggio invisibile dagli spioncini del furgone blindato. Il gheppio stava immobile dentro la sua ultima gabbia, come in attesa, docile o traboccante. All’arrivo il veterinario gliel’aveva porta sorridendo e lui, come inebetito dal riverbero di verde e giallo e dal chiassoso fiorire di tutte le cose, si era voltato verso una delle guardie che aveva annuito e gli aveva rimosso le manette, rimanendo a breve distanza.

«Quando l’ho presa mi tremavano le mani» confessò, sempre senza guardarla. Non riuscì a dirle che aveva pianto. «L’ho alzata più in alto che potevo e non lo so che mi è preso, mi sembrava di tornare ragazzino: “Fortebraccio, vai, sei libero, bella creatura!”, stavolta l’ho gridato. Mi sembrava che non potessi tenere il cuore in petto, volevo soltanto vederlo volare.» Tutti, anche gli agenti, avevano alzato gli occhi verso il sole.

Claudia ascoltava in silenzio. Sempre senza parlare allungò la mano sul pacchetto di sigarette e ne accese una, ascoltando il suono prodotto dalla carta che bruciava a ogni inspiro. Fu lei stavolta ad alzarsi, e con la schiena rivolta al padre tornò agli Aramacao che adesso erano fermi, uno sul cofano di un’auto e l’altro poco più in alto sul ramo di un tiglio. Desiderò ardentemente che si alzassero ancora in volo, che le mostrassero di nuovo le pennellate di colore sulle remiganti tese, ma rimasero lì, quasi a portata di mano. La strada silenziosa fiancheggiava poche villette e un pascolo prima di perdersi tra le colline ricoperte di bosco e che si avvicendavano l’una all’altra come onde di terra. Scrollò la cenere della sigaretta prima di tornare a voltarsi.

«Perché ti vergogni?» lui la scrutò: sorrideva di nuovo, le guance solcate da una sola fossetta, come se avesse trovato quel che stava cercando. «Non hai fatto niente di male.»

Lucia Cherubini

Blam

Articoli Correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *