Shittysburg di Rachele Salvini: il libro che in meno di cento pagine racconta relazioni tossiche, rapporto con il corpo e alienazione della provincia

 Shittysburg di Rachele Salvini: il libro che in meno di cento pagine racconta relazioni tossiche, rapporto con il corpo e alienazione della provincia

Uscito a novembre 2025, Shittysburg di Rachele Salvini (Pidgin), racconta la storia di una donna che dopo la degenza in una struttura psichiatrica, fa ritorno a Shittysburg/Gettysburg, una piccola città americana segnata dal degrado, teatro di anni duri e dolorosi anche per l’autrice. Spogliata di ciò che aveva di più caro – oggetti materiali e simbolici, compreso un dildo – e obbligata a fare i conti con le ombre del proprio passato, prova a rimettere insieme un’esistenza andata in frantumi. Tra ferite mai rimarginate, amare prese di coscienza e una rabbia che non trova pace, si muove in un ambiente saturo di alcol, fumo e decadenza. È qui che la sua discesa e la sua possibile risalita si trasformano in un racconto crudo, tagliente e attraversato da un’ironia spietata.

Qui di seguito pubblichiamo l’incipit del libro:

 

Qualcuno mi deve spiegare cosa devi avere di marcio nel cervello per fregarti un vibratore usato. Pensavo di aver superato il peggio quando mi sono presentata all’istituto e ho detto che se qualcuno non mi curava immediatamente mi sarei buttata sotto uno di quei tir a doppio rimorchio che passano sulla strada principale di questa città di merda così di merda che Sam l’ha soprannominata Shittysburg.[1]

Invece no che non avevo superato il peggio. Ho passato tre settimane all’istituto, e quando mi hanno dimessa Camel è venuto a prendermi; ha detto forse cinque frasi in tutto il viaggio verso casa, si è fermato al McDonald’s a prendere due sacchetti di patatine per farmi stare zitta e poi, quando siamo arrivati davanti a casa mia, mi ha mollata.

Non è neppure sceso dalla macchina. Mi ha allungato le chiavi. Gli avevo detto di tenere d’occhio Marlboro mentre ero via, dargli da mangiare e pulire la lettiera ed evitare di organizzare festini o farsi beccare a fumare le canne dal proprietario di casa, che già dopo tutto il casino aveva preso a guardarmi storto.[2]

Forse ho sbagliato la domanda con cui cominciare a raccontare tutta questa storia. Immagino che il vibratore non sia esattamente il punto centrale. Avrei dovuto iniziare così: chi è che ti pianta non appena esci da una clinica psichiatrica? Chi al mondo può pensare che una rottura immediata sia una buona idea per una che ha appena passato tre settimane a cercare di ristabilire un certo grado di equilibrio mentale? Avrei dovuto dire questo a Camel sul momento, lanciargli in faccia le patatine unte che aveva preso per distrarmi dallo squallore del viaggio in macchina, ma lui ha questi occhi azzurri enormi e soprattutto il cazzo più grosso che abbia mai visto in tutta la mia vita, e per qualche motivo l’ho ascoltato mentre mi piantava e non ce l’ho fatta a gridargli in faccia che era uno stronzo.

D’accordo, mi sento in dovere di soffermarmi un attimo su questo dettaglio abbastanza ingombrante. Avete presente le tipe nei porno che fingono di rimanere sorprese quando vedono il membro dell’idraulico o del preside e spalancano occhi e bocca? Ecco, a me, senza neanche fingere, è successo esattamente così, quando un mese fa Camel mi ha spinto contro il muro del corridoio, tra la cucina e la sala, e gli ho slacciato i pantaloni. Sinceramente, il mio primo pensiero quando ho visto questo cazzo grosso come una lattina di birra è stato che ne fosse valsa la pena. Cioè, ho pensato che anche se il mio ex[3] mi aveva messo le mani addosso e detto che mi avrebbe ammazzato, adesso ero quasi felice perché tutto mi aveva condotto fino al cazzo incredibile di Camel. Per la prima volta nella mia vita mi è sembrato finalmente di capire il concetto di karma: il mio ex violento aveva un pene nella media, e ora, invece, avevo a che fare con un supercazzo che apparteneva a un bravo ragazzo, quello che mi avrebbe salvato dalla montagna di trauma che mi aveva lasciato Shitface. Tornava tutto.[4]

Insomma Camel mi ha portato a casa e si è voltato guardandomi con quegli occhioni azzurri pieni di pena. «È che devi gestire questa cosa da sola», ha detto. «Devi pensare a te stessa, a come imparare ad amarti, a prenderti cura di te. È una cosa importante, questa». Continuava a ripeterlo. Questa cosa, cosa?

«Okay», ho risposto, e sono scivolata fuori dalla macchina.

 

[1]  Sam è un mio ex-scopamico. Ora solo amico.

[2]  Sul casino, vorrei poterlo spiegare in un paio di righe, ma non ce la farei, e comunque nelle ultime settimane ho passato ogni giorno a ripensarci e parlarne con i terapeuti eccetera eccetera. E comunque verrà fuori a breve. Viene sempre fuori, di questi tempi. L’altro giorno mi è venuto fuori col corriere di Amazon. Mi ha chiesto: «Come va?» mentre mi passava un pacco. Gli ho detto: «Ho fatto arrestare il mio ex per avermi pestata. Ho avuto giorni migliori». Al che, mi ha passato un tablet. «Una firma qui», ha risposto.

[3]  Che d’ora in poi chiamerò semplicemente Shitface, perché se dico o penso il suo nome vero mi viene un attacco di panico. Shitface mi sembra appropriato: sia perché per ovvie ragioni non riesco che pensare a lui come a una faccia di merda, sia perché getting shitfaced vuol dire, letteralmente, sbronzarsi, il passatempo preferito del mio ex, se escludiamo prendermi a manate.

[4]  Mentre Shitface è un soprannome dal sottotesto abbastanza chiaro, mi rendo conto che “Camel” non lo sia affatto. Non gliel’ho dato io: lui dice che “le strade” di Shittysburg lo chiamano Camel perché anni fa insieme ai suoi amici era stato beccato con uno zaino pieno di erba e crack e pasticche e lui si era coraggiosamente accollato lo zaino scappando dagli sbirri. La verità, secondo me, è che ha una scoliosi notevole e braccia e gambe lunghissime.

 

 

Blam

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