“Vedove di Camus” di Elena Rui nella sestina del premio Strega 2026: il lutto raccontato dalle quattro donne dello scrittore
Presentato da Lisa Ginzburg, Vedove di Camus (L’orma editore), secondo romanzo di Elena Rui, è entrato nella dozzina del premio Strega 2026 e ora è finalista nella sestina ufficiale. Quattro donne, un premio Nobel per la Letteratura, una data – il 4 gennaio 1960 – destinata a indicare un prima e un dopo irreversibili: questi gli elementi fondamentali di un romanzo costruito come un thriller, per la tensione narrativa sottesa a ogni pagina; ben documentato, ai limiti del saggio, una biografia, mentre resta ed è un romanzo, pertanto frutto dell’immaginazione, come ricorda la stessa autrice nella nota conclusiva.
Vedove di Camus di Elena Rui: la trama del libro
La struttura di Vedove di Camus è apparentemente semplice: nella premessa si narra l’incidente in cui, nel gennaio del 1960, sulla Facel Vega di Michel Gallimard, il noto editore francese, perde la vita Albert Camus, il grande scrittore franco-algerino, insignito solo tre anni prima del Nobel. Seguono alla premessa quattro capitoli, ciascuno dei quali è dedicato a una delle quattro donne che hanno amato Camus, e ne sono state a loro modo compagne. Dal giorno dell’incidente ognuna di loro è costretta a misurarsi con la scomparsa e quindi con la singolare vedovanza. Il lungo il processo di rielaborazione del lutto conduce le quattro donne non solo a rivisitare ricordi e sentimenti privati, spesso in competizione con quelli veri o presunti delle «altre», ma anche a un confronto costante con l’inevitabile rielaborazione pubblica e collettiva della figura letteraria, e umana, dello scrittore. L’epilogo è dedicato a Villeblevin, la cittadina borgognona alla cui periferia l’auto di Michel Gallimard si è schiantata contro un platano, e diventata nel tempo meta di pellegrinaggi e sede di commemorazioni. Francine Faure, moglie di Camus, vedova ufficiale e legittima, Catherine Sellers, attrice e amante irrequieta, insicura, gelosa, forse, più delle altre, Mette Ivers, giovane, inesperta, affascinante pittrice, Maria Casarès, straordinaria attrice di origini spagnole, ma grande interprete del teatro francese e dei drammi camusiani, definita dallo stesso Camus «l’Unica»: queste le quattro donne costrette a contendersi sentimenti, memorie, in alcuni casi anche i manoscritti dello scrittore. Rui le coglie tutte negli istanti, o meglio, nelle ore, immediatamente precedenti lo schianto della Facel Vega, ne immagina lo smarrimento, la ricerca disperata di informazioni e notizie, ostacolata non tanto dalla distanza di Villeblevin da Parigi né dai limiti dei mezzi di comunicazione dell’epoca, quanto dalla clandestinità del proprio legame con lo scrittore. Infatti, se Francine Faure è ufficialmente informata dell’accaduto e presenzierà, omaggiata, alle esequie, le altre accederanno alle notizie in modo clandestino, indiretto, frammentato, attraverso le radio, i giornali e le riviste, che inevitabilmente ne parleranno, ma otterranno anche, da conoscenze comuni e fidate, indiscrezioni, suggestioni, rassicurazioni sul riserbo destinato alla loro figura e alla relazione con Camus, e vivranno pertanto nell’ombra sia le esequie sia il lutto.
Un atto d’amore
Attraverso gli epistolari, gli appunti, le memorie e le interviste delle quattro donne, e i loro reciproci tentativi di consolarsi e confortarsi a vicenda, in alcuni isolati ma emblematici incontri, emerge un’immagine sfaccettata e complessa, spesso contraddittoria, non solo dello scrittore – forse irrimediabilmente incapace di amare gli altri, perché profondamente egoista e innamorato della solitudine che la scrittura richiede –, ma anche dell’amore e della sua natura, delle scelte, dei conflitti e abbandoni, dei rifiuti e compromessi, cui spesso sottopone chi ama, specie le donne. È, infatti, una vedovanza altrettanto sfaccettata e caleidoscopica, quella che emerge dalle pagine del romanzo, in cui Francine, Catherine, Mette e Maria ora si disperano, rivendicando ciascuna per sé stessa tutto l’amore sincero e gratuito dell’illustre amante defunto, ora si spiano, sorvegliano e rincorrono e, alla fine, incredibilmente si riconciliano, complice anche il tempo che passa e consentendo a tutte non solo di sopravvivere, ma anche di vivere riconciliate, innanzitutto con sé stesse, quindi con Camus e l’amore stesso. Vedove di Camus è, senza dubbio, un grande atto d’amore nei confronti dello scrittore francese, attraverso le quattro donne che lo amarono così intensamente, ma, in ultima istanza, è anche una grande dichiarazione d’amore nei confronti della scrittura e della parola.
La scrittura di Elena Rui in Vedove di Camus
La lingua di Rui è colta, elegante, versatile; la penna è esperta, matura: si muove agilmente sulla pagina riuscendo a passare con altrettanta eleganza e maestria dai fatti certi e concreti, a lungo indagati e abilmente studiati dall’autrice, all’immedesimazione più profonda e intima con le protagoniste del romanzo, i cui pensieri, emozioni e stati d’animo sono frutto d’immaginazione e invenzione.
A cura di Flavia Todisco

