Cosa vuol dire avere sette padri? La storia vera di Andrev Walden nel suo ultimo romanzo “Maledetti uomini”

 Cosa vuol dire avere sette padri? La storia vera di Andrev Walden nel suo ultimo romanzo “Maledetti uomini”

Maledetti uomini di Andrev Walden (Iperborea, 2026) è un memoir folgorante e seducente per stile, umorismo e spirito di osservazione, capace di scavare nella desolazione più profonda dell’animo umano. Sette padri in sette anni, tutti a loro modo egoisti, violenti, disonesti o crudeli, diventano il punto di partenza per un’indagine sul maschile, sull’infanzia, sul riscatto. In Svezia ha conquistato pubblico e critica, vincendo il prestigioso premio August.

Maledetti uomini di Andrev Walden: la trama del libro

Maledetti uomini è la storia vera di Andrev Walden che cresce cambiando sette padri in sette anni. La madre un giorno gli rivela che l’uomo che credeva suo padre non lo è. Da quel momento inizia una giostra di traslochi, cambi d’auto e sfilate di uomini che si fanno chiamare grottescamente papà. Ognuno di loro nel romanzo ha un nome evocativo (il Mago delle Piante, il Ladro, l’Assassino, l’Artista, il Pastore, il Canoista, l’Indiano) e tutti passano dalla vita del piccolo Andrev con la stessa leggerezza con cui ci si cambia d’abito. «Questi uomini del cazzo e la loro violenza», confessa la madre verso la fine. «Non so come fanno a trovarmi, ma ci riescono sempre». Maledetti uomini rimane impresso per l’intenso accumularsi di sentimenti insieme affascinanti, dolorosi e anche spiccatamente divertenti. Non è un romanzo misandrico, come suggerisce il titolo, e nemmeno rancoroso, come dichiara in dedica lo stesso Walden («Per mamma. Niente di passivo-aggressivo»). L’autore rifiuta di idealizzare la paternità, ma non la priva nemmeno di senso. Si interroga continuamente e ci lascia con un quesito tra tutti: cosa rende una persona davvero un padre?

Un memoir sull’inadeguatezza e la vulnerabilità

«Il bambino vorrebbe che all’improvviso sorgesse il sole e che tutti gli abitanti della città si svegliassero, perché qualcosa non quadra. È un bambino senza qualità e non fa niente per salvare la sua mamma». Maledetti uomini è un romanzo sull’inadeguatezza, sulla vulnerabilità e sulla trasformazione profonda di un bambino che cresce tra adulti mediocri, senza mai sentirsi davvero scelto, al suo posto, all’altezza e che, anziché soccombere, rielabora quel disordine attraverso uno sguardo acuto che sa vivisezionare la realtà che lo circonda attraverso la scrittura. Andrev non è un eroe bambino, non salva nessuno, nemmeno sua madre da un tentato omicidio. È timido, remissivo, sempre pronto a fare spallucce a ogni proposta del mondo adulto. È proprio in quella resa apparentemente indolente che si nasconde la sua vera forza, perché osserva, assorbe, registra ogni cosa. E da adulto trasforma quel distacco in uno humour liberatorio. Il romanzo è attraversato da un’ironia spiazzante, che non nasconde il dolore, ma lo rende più umano, più sopportabile.

La scrittura di Andrev Walden in Maledetti uomini

Lo stile di Walden si regge su un gioco di contrasti tra la voce di Andrev bambino e quella dell’adulto. La prima conserva una sincerità disarmante: trasforma la violenza in annotazioni brevi, taglienti, tombali. L’Andrev adulto interviene continuamente, corregge il tiro e orienta il lettore, facendo così convivere in un unico sguardo il bambino e l’uomo. L’umorismo è spesso spietato: i padri si trasformano in figure grottesche di una favola rovesciata. Quello che scaturisce dalla scrittura di Walden non è però un riso che nega il trauma, ma che sovverte la realtà, perché si inneschi nel lettore quel pirandelliano avvertimento del contrario che permette di vedere la vita come unica e preziosa, nonostante tutti.

A cura di Oriana Rodella

Blam

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