«Sette pasticche al giorno per sopravvivere ad allucinazioni, autolesionismo, tentativi di suicidio», “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi è il diario di bordo della malattia mentale

 «Sette pasticche al giorno per sopravvivere ad allucinazioni, autolesionismo, tentativi di suicidio», “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi è il diario di bordo della malattia mentale

Lo sbilico è il nuovo romanzo di Alcide Pierantozzi, pubblicato da Einaudi nel maggio 2025. Lo scrittore di San Benedetto del Tronto torna in libreria a cinque anni da L’inconveniente di essere amati (Bompiani, 2020) con un’opera sulla sua malattia mentale. Come da lui stesso affermato, Lo sbilico non è un’autofiction, ma un diario di bordo in presa diretta di quanto gli è accaduto e gli accade, un atto di liberazione, suo e per chi legge, dalla vergogna, dal tabù, dal disagio che il disturbo psichiatrico si porta dietro.

Lo sbilico di Alcide Pierantozzi: la trama del libro

Alcide ha quarant’anni e ha lasciato Milano per tornare a vivere nella casa dei genitori nella frazione di San Giovanni di Colonnella. A volte dorme ancora con sua madre e prende «sette pasticche al giorno per sopravvivere» alla melma delle giornate in cui si susseguono «episodi di dissociazione, allucinazioni, autolesionismo, corse al pronto soccorso, minacce e tentativi di suicidio».

La sua quotidianità si divide tra le mattinate al lido che la famiglia frequenta da trent’anni, dove la musica troppo alta «scapriccia il tono dell’umore» e compromette ogni programma di lavoro, e le due ore di allenamento intensivo in palestra per «riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale». In casa, solo la madre sembra essere in grado di arginare le crisi e l’ipocondria, mentre il padre, soprannominato il Negazionista, si disinteressa a tutto ciò che riguarda il figlio, dall’orientamento sessuale alla malattia mentale. Primo di una «fratria» di tre fratelli, Alcide riflette sul rapporto con Francesco, che dovrà diventare il suo caregiver quando la madre non ci sarà più, e sul legame con il fratellino neonato, morto quando lui aveva quattordici mesi. Le parole assolute, quelle che consentono una ricostruzione fedele degli eventi, sono l’unico appiglio mentre si vede impazzire.

La malattia mentale e la vita di provincia

«Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose.

È come se mi aggirassi confusamente all’interno della mia testa, con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto – il margine di un foglio, un mozzicone di matita – in mezzo all’impalpabilità dei ricordi».

Lo sbilico è una condizione liminare, uno stato sospeso tra realtà e allucinazione. È lo spazio ambiguo che impedisce di capire dove finisce la sindrome di Asperger e inizia la malattia mentale. È la domanda che porta a chiedersi cosa sarebbe successo se l’autismo fosse stato individuato per tempo.

Il ritorno alla vita di provincia acuisce questa sensazione: riduce la socialità, aumenta le dispercezioni sensoriali e rende impossibile essere autonomi persino negli spostamenti. Qui la malattia mentale non è capita e, a differenza che a Milano, è un’impresa «trovare uno psichiatra bravo e apertamente omosessuale» con cui poter mettere «il sesso e la sessualità al centro del discorso» senza essere stigmatizzato o infantilizzato.

Lo sbilico si manifesta anche nel continuo passaggio tra il presente e il passato segnato dalla morte nel suo aspetto più fisico. Dall’immagine del corpo del fratellino fatto a pezzi e ricucito dopo l’autopsia, al lavandino nel cortile della casa dei nonni usato da scannatoio, i segni della morte si moltiplicano nei diversi espedienti per uccidere topi, gatti, conigli e corvi.

«Il problema era che io aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri».

La scrittura di Alcide Pierantozzi in Lo sbilico

Per Alcide Pierantozzi la scrittura non ha un ruolo salvifico: le parole non guariscono, ma servono a mettere ordine nel disordine dei suoi pensieri. Deriva anche da qui l’esigenza dell’io narrante e dell’autore di avvalersi di una prosa il più possibile esatta, sostenuta da una conoscenza profonda, meticolosa della parola. E tutto questo non sarebbe stato possibile senza gli innumerevoli dizionari da lui consultati, senza lo studio di testi come quelli di David Foster Wallace (usati anche per i termini medici desueti, oltre che per certe parole come «nittitante»), e di poeti e narratori del Novecento. Il disturbo mentale è presente a partire dalla sua manifestazione corporea attraverso espressioni che puntellano qui e là il racconto come: «gangli», «i paranchi delle mie corde vocali», «grumaglia di suoni», «scarrucola e sbaccaneggia», e altri.

La narrazione al presente in prima persona, con uno stile diretto e asciutto, somiglia a una confessione intima, spesso scomoda, a tratti disturbante.

 

A cura di Francesca Cocchi

Blam

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