Il lato oscuro che è in ognuno di noi raccontato in un libro: esce “Il grande buio” di Enrico Macioci
«Tutti loro sapevano. La società sa bene di essere una patina spalmata sopra una voragine, e la voragine è il nostro cuore, la voragine siamo noi».
C’è qualcosa di oscuro che alberga in ognuno di noi, un sostrato atavico e irrazionale che giace nella penombra, in quella profondità insondabile a cui non si può avere accesso. È quel qualcosa di indefinibile che ci fa rallentare quando siamo in auto e passiamo accanto al luogo di un incidente stradale al solo scopo di allungare lo sguardo – per un istante appena – e provare a vedere cosa si nasconde fra i rottami della macchina distrutta. È quel qualcosa che ci repelle e attrae quando osserviamo un lenzuolo bianco steso su lungo il marciapiede, là dove si è consumato un suicidio. È di questo indefinibile che è imperniato Il grande buio di Enrico Macioci, edito da Neo edizioni (2025).
Il grande buio di Enrico Macioci: la trama del libro
Il nuovo libro di Enrico Macioci, che col buio ha familiarità perché già nel 2022 l’ha inserito nel titolo del suo Sfondate la porta ed entrate nella stanza buia (TerraRossa), è una raccolta di racconti. Ciò che li accomuna è la persistenza di un’oscurità latente in ciascuno dei personaggi. I dieci racconti sono tutti brevi, di circa una decina di pagine ciascuno, tranne due più corposi, Estate indiana e Il grande buio che dà il titolo all’opera e in qualche modo fa da legante con il resto. Soprattutto nelle storie più brevi, ciò che accade resta spesso insoluto e inspiegato, lasciando nel lettore un senso di spaesamento, di fatalismo o di presagio: un personaggio scompare senza lasciare traccia, un odore macabro e nauseabondo infesta una casa senza che si possa capire bene da dove provenga, oppure ancora un personaggio ha dei pensieri funesti che tenta di mettere in pratica, prima di fermarsi a causa di un residuo di sovrastruttura sociale. E proprio quest’ultimo, ossia il modo in cui le sovrastrutture condizionano e limitano – spesso in meglio – l’agire umano, è alla base dei due racconti più strutturati. In entrambe le storie un personaggio solo all’apparenza normale ma che presto va fuori controllo si ritrova a generare un’escalation di violenza che sembra non solo non avere fine, bensì neanche una spiegazione razionale. È qui che Macioci preme sull’acceleratore: il suo male, questo affaccio nel grande buio della morale umana, non sembra avere giustificazione. L’autore non ricorre a traumi pregressi, non inventa contorti ragionamenti o astruse psico(pato)logie per dare senso a ciò che sta accadendo: il male, sembra dirci, accade e basta, ed è tanto più probabile che accada quanto più ci allontaniamo dalla luce della coscienza sociale per avvicinarci al grande buio.
Osservare il buio da lontano
Nelle storie inserite nella raccolta Il grande buio il male accade, sebbene sempre in toni minori (tranne in un paio di occorrenze, in cui è più esplicito: Estate indiana e Puzza). È un male che coinvolge una, al massimo due o tre persone. Macioci non si spinge mai a trattare un male universale: non parla di serial killer, di pazzi fuori di testa che trascinano con sé decine, centinaia di persone. Si sofferma sulla soglia, lanciando uno sguardo appena all’interno del grande buio. Questo suo soffermarsi rende il tutto ancora più inquietante, perché lascia al lettore il compito di immaginare cosa accadrebbe se solo ci si inoltrasse. Soffermarsi sulla soglia, scrutare appena il buio dalla salvezza percepita della penombra, apre lo spazio del perturbante. È questo il pregio principale delle storie di Macioci: sono un suggerimento appena, un sentore, l’olezzo residuo nell’aria dopo che qualcosa è accaduto. In pochi tratti l’autore genera nel lettore quell’ansia primordiale che assale i bambini quando si ritrovano nel soggiorno illuminato e guardano il buio del corridoio, là dove si nascondono gli incubi.
Il grande buio è insomma una bella raccolta, che ha forse solo il difetto di durare troppo poco. Dati i personaggi ricorrenti – primo fra tutti l’ispettore Gobbi, che compare in diversi racconti – sarebbe stato interessante entrare un poco più in profondità nel luogo oscuro della mente umana.
La scrittura di Enrico Macioci in Il grande buio
Macioci ha una penna fluida che con pochi movimenti sa creare una scena. Il suo è un gioco di luci e ombre. Soprattutto nei racconti più brevi non indugia troppo sui dettagli, preferendo accennare e lasciando al lettore il compito di immaginare il resto. È però nelle storie più lunghe che Macioci dà il meglio di sé, concedendo respiro alle situazioni e intervallando momenti carichi di pathos a introspezioni sulla natura del bene e del male, ma soprattutto sul ruolo fondamentale delle sovrastrutture.
A cura di David Valentini

