Il libro a misura di dolore: “Il buon male” è l’ultimo romanzo di Samantha Schweblin

 Il libro a misura di dolore: “Il buon male” è l’ultimo romanzo di Samantha Schweblin

Il buon male di Samanta Schweblin (Einaudi, 2026) si compone di sei racconti brevi, tutti «a misura di dolore». L’autrice argentina attraversa, con una scrittura priva di orpelli, temi come suicidio, malattia, senso di colpa e dipendenza, costruendo un’atmosfera ai limiti del reale. Ne emerge la capacità di cogliere nella sofferenza quel lato di mistero che non è distante, ma attraversabile da chiunque, poiché profondamente radicato nel quotidiano di ognuno di noi.

Il buon male di Samanta Schweblin: la trama del libro

Il buon male è un accadimento improvviso e fuori misura che spezza la linearità della vita e ne altera irreversibilmente il corso, aprendo una frattura etica e percettiva: da ciò si origina una sequenza di eventi imprevedibili che mettono in crisi l’ordine del reale e impongono una rilettura di vite e prospettive. Il buon male è allora il gesto interrotto di una donna che tenta il suicidio, il senso di colpa di un padre per una fatalità che segna il figlio, l’ossessione di una madre per l’immagine di un cavallo legata al bambino perduto, o addirittura la presenza insistente di un gatto appena morto. Come suggerisce l’esergo della raccolta, «le cose strane sono sempre le più vere»: Schweblin conduce il lettore proprio sulla soglia tra reale e irreale, quel limbo reso evidente dall’irruzione del dolore e con cui personaggi e lettori sono chiamati a confrontarsi.

La soglia fra umano, animale e fantastico

Nei racconti di Il buon male, la vita quotidiana è incrinata da un evento iniziale che costringe i personaggi a rivedere il proprio passato e mette in moto un processo di trasformazione, in un mondo dove umano, animale e fantastico sembrano condividere lo stesso piano di esistenza. Tuttavia, la pressione continua degli eventi e il permanente stato di tensione finiscono per saturare il racconto, lasciando in ombra proprio quella dimensione evolutiva che un male buono dovrebbe generare. L’accumulo di pathos e di situazioni imprevedibili tiene il lettore in uno stato di allerta costante che dà luogo a una sensazione di claustrofobia. Più che una scintilla di trasformazione, rimane addosso al lettore qualcosa di più fisico e viscerale, un senso di inquietudine persistente che prevale su ogni possibile forma di rivelazione o apertura.

La scrittura di Samanta Schweblin in Il buon male

Il buon male di Samanta Schweblin si distingue per uno stile essenziale ma al tempo stesso rigorosamente costruito, capace di lasciare spazio all’azione senza perdere mai di profondità. Ogni racconto ha la densità di un romanzo autonomo, composto per pennellate che lo rendono compiuto e autosufficiente. La sua cifra più evidente è la capacità di orchestrare una tensione costante e serrata, mantenuta con grande controllo lungo tutto il racconto. Questa intensità, che è insieme prova di notevole abilità narrativa, si traduce però a tratti in una sensazione di chiusura soffocante che limita la piena godibilità della storia, trattenendo il lettore in uno stato di costante vigilanza emotiva.

A cura di Oriana Rodella

Blam

Articoli Correlati

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *