Da Gaza alla prigione di Evin, cosa sta accadendo in Medio Oriente oggi? Esce il nuovo libro di Cecilia Sala, “I figli dell’odio”
Dopo L’incendio (Mondadori, 2023), dedicato alla generazione perduta dei ventenni in Ucraina, Afghanistan e Iran, Cecilia Sala torna in libreria con un nuovo reportage. In I figli dell’odio (Mondadori, 2025), la giornalista e podcaster sposta lo sguardo sul Medio Oriente per indagare le origini di un odio che attraversa le generazioni, tra la radicalizzazione della società israeliana, la devastazione della Palestina e il logoramento dell’asse della resistenza iraniano. Il risultato è un racconto che intreccia la precisione della ricostruzione storica, le testimonianze di chi vive il conflitto in prima persona e l’esperienza personale di Sala nella prigione di Evin.
I figli dell’odio di Cecilia Sala: la trama del libro
A Hebron, «città-laboratorio» dell’occupazione israeliana in Cisgiordania, un gruppo di adolescenti sventola uno striscione contro i matrimoni misti, considerati una minaccia al carattere ebraico della nazione. È l’emblema della radicalizzazione delle nuove generazioni, contrarie alla soluzione dei due Stati, cresciute tra le violenze impunite dei coloni illegittimi e il sogno del Grande Israele biblico promosso dall’estrema destra. A Jenin, mentre un padre continua a credere nella diplomazia e negli accordi di Oslo, il figlio, che ha vissuto il fallimento del processo di pace, muore a 19 anni diventando un eroe della resistenza palestinese. In risposta ai raid israeliani, i ragazzi si arruolano in gruppi armati indipendenti, nati dalla rabbia per l’occupazione e sostenuti dalla popolazione civile. A Teheran, una generazione stanca e insofferente sfida un regime indebolito dalle manifestazioni seguite alla morte di Mahsa Jina Amini e del logoramento dell’Asse delle milizie alleate «che tenevano sotto tiro Israele». Con le difficoltà di Hezbollah in Libano e la fuga di Bashar al Assad dalla Siria, l’Iran ha due sole possibilità per difendersi da un attacco israeliano: scendere a patti con l’arcinemico Donald Trump o costruire un’arma atomica. Mentre sta registrando una puntata del podcast con interviste a esperti del programma atomico iraniano, Sala viene arrestata e condotta nella prigione di Evin, un luogo che purtroppo aveva già visitato attraverso i racconti dei suoi interlocutori.
La radicalizzazione come fenomeno generazionale
In I figli dell’odio, la storia e le storie di Israele, Palestina e Iran si intrecciano per restituire la complessità della situazione attuale in Medio Oriente. I giovani israeliani e palestinesi sono accomunati dalla sfiducia nei propri governi, incapaci di produrre risultati concreti, e dalla negazione delle proprie responsabilità. Come i primi sembrano non sapere cosa stia avvenendo a Gaza a causa della censura, così i secondi cancellano la dinamica dei fatti del 7 ottobre, scegliendo di credere che donne e bambini non siano stati uccisi «perché il Corano lo vieta». Per cercare di comprendere questo fenomeno, Sala intervista analisti e giornalisti. Il premio Pulitzer Ronen Bergman spiega che i servizi segreti israeliani non hanno saputo difendere lo Stato ebraico dall’avanzata del kahanismo armato, che risulta sempre più radicato nella società. Secondo l’analista palestinese Imad Abu Awad, l’unica soluzione a questa tensione crescente è uno scontro interno tra l’Israele degli estremisti e quella parte di Paese che ancora crede nello stato di diritto.
La scrittura di Cecilia Sala in I figli dell’odio
La scrittura di Sala si caratterizza per una chiarezza espositiva che, senza semplificare, rende accessibili temi complessi e offre gli strumenti per comprendere quanto sta accadendo in Israele, Palestina e Iran. Il reportage intreccia voci eterogenee e punti di vista diversi con una narrazione distaccata e neutrale, in cui non compare mai il termine genocidio. Solo nell’ultimo capitolo emerge la prospettiva di Sala, che diventa protagonista degli orrori delle carceri iraniane.
A cura di Francesca Cocchi

