“I convitati di pietra” di Michele Mari: la recensione del libro favorito alla vittoria del premio Strega 2026
Ha già vinto il premio Strega Giovani 2026 e ora è in lizza per l’ottantesima edizione del più ambito premio letterario italiano – lo Strega, appunto. Si tratta di I convitati di pietra di Michele Mari (Einaudi, 2025), romanzo che si sviluppa a partire da una scommessa fatta per celia da un gruppo di ex compagni di classe alla fine del liceo – quali di loro sarebbero vissuti più a lungo? –, cui, sempre per gioco, viene associata una riffa – i tre più longevi si sarebbero spartiti un premio in denaro, costituito dalle quote che la classe avrebbe versato negli anni. Con uno stile scorrevole, sotteso di ironia, il romanzo racconta aspetto quali: longevità, vecchiaia, solitudine, mortalità degli esseri umani.
I convitati di pietra di Michele Mari: la trama del libro
È il 22 luglio 1975 quando, un anno e un giorno dopo la conclusione del loro esame di maturità, i quindici maschi e le quindici femmine della IIIA – una quinta liceo classico – si ritrovano a cena e decidono – non si sa, né si ricorda bene su proposta di chi – di restare in contatto per monitorare «lo stato delle sopravvivenze e dei decessi», a partire da un tempo che in quel momento viene percepito da tutti come remoto e addirittura fantastico. Con la goliardia e l’ingenuità, tipiche della giovinezza, e nella più assoluta inconsapevolezza dei possibili risvolti, non solo negativi, ma addirittura crudeli e violenti della scommessa, i trenta compagni e compagne iniziano a versare le rispettive quote e a incontrarsi a cena, anno dopo anno, nello stesso giorno, nel medesimo ristorante. Fino alla soglia dei cinquant’anni, le cene annuali restano nel complesso piacevoli e lo spirito dei partecipanti può dirsi conviviale e sereno. È attorno ai sessant’anni, quando gli acciacchi e alcune patologie iniziano a manifestarsi, se non addirittura a farsi frequenti e importanti, e il computo delle malattie e dei decessi diviene via via più significativo, che lo spirito delle cene inizia a offuscarsi: qualcuno, pentito della natura disumana e crudele del sistema creato, prova a proporne la fine, ma – con molta fatica – riesce soltanto a uscirne, mentre gli altri partecipanti cinicamente proseguono, adottando diverse, discutibili condotte, spesso spietate e in alcuni casi persino violente, nei confronti degli ex compagni e compagne di classe. C’è, infatti, chi prova a ordire piani per eliminare non solo i più fragili e meno amati, ma soprattutto i più soli e, forse, più scomodi. Gli anni passano e, tra finzioni, menzogne, inganni sulle reali condizioni di salute, una ventina di ex compagni e compagne raggiunge e supera la soglia dei settant’anni. Simpatie e antipatie reciproche portano così i più longevi ad associarsi per sconfiggere o, addirittura, eliminare gli antagonisti più pericolosi, mentre il montepremi raggiunge cifre assurde e tutti iniziano a pensare come, in caso di vittoria, spendere la propria quota. Qualcuno – è vero – pensa di devolvere il montepremi in beneficenza, facendo così saltare il senso e la sfida sottesi alla scommessa originaria, nei confronti della quale gli scrupoli etici e morali sono sempre maggiori, non soltanto fra chi non ha eredi, dato che a molti risulta ormai evidente che a quell’età – o addirittura oltre – sarà difficile godere appieno di una tale fortuna. L’idea, tuttavia, viene accantonata, senza essere neppure presa in considerazione dagli altri convitati. C’è anche chi propone di modificare gli accordi iniziali, facendo in modo che il montepremi venga assegnato al più longevo degli ultimi tre «superstiti» della IIIA. Cinismo, antiche rivalità, nuovi e vecchi dissapori, ma anche nuove e vecchie alleanze e affinità – in alcuni casi addirittura nuovi e vecchi amori –, la scommessa porta a galla tutto, spesso il peggio degli esseri umani, mentre i partecipanti invecchiano e rimangono sempre più isolati e soli. Un vincitore forse ci sarà, in un finale foriero di nuove vicinanze e strategie, messe in atto dagli ultimi tre convitati per monitorarsi – o forse accudirsi – reciprocamente, vista l’età ormai raggiunta – sono trascorsi più di settant’anni dalla cena fatale. Un finale in cui si rivela il vero significato di questa storia e il messaggio che veicola: viviamo in una società cinica in cui gli individui sono in costante competizione fra loro per accumulare beni, ricchezze e potere, con il rischio di non riuscire neppure a goderne, tanto è incessante e inarrestabile la corsa all’accumulo. Una società di individui egoisti e spietati, che si illudono di potere restare eternamente giovani, quando in realtà sono estremamente fragili e soli, sebbene se ne rendano conto soltanto quando oramai è tardi.
Sullo sfondo Milano, protagonista inaspettata del romanzo
A fare da sfondo a tutta la vicenda è la città di Milano che, pagina dopo pagina, episodio dopo episodio, gradualmente si rivela al lettore. Prima appaiono le vie, i quartieri, gli edifici del capoluogo meneghino, quindi si scopre che gli studenti di IIIA hanno frequentato il Berchet – il liceo classico più prestigioso della città, lo stesso frequentato in gioventù dall’autore –, e vivono, amano, odiano e si incontrano proprio nel capoluogo lombardo che, a sorpresa, si rivela essere anch’esso protagonista della vicenda narrata.
La scrittura di Michele Mari in I convitati di pietra
La scrittura di Mari è elegante, colta, senza essere mai autoreferenziale, saccente o ridondante; una vena di leggera ironia la percorre, capace così di togliere gravità a quanto raccontato. In alcune interviste l’autore ha dichiarato di avere scritto il romanzo in un mese, a fine primavera dello scorso anno; forse è per questo che, mentre legge, il lettore ha la sensazione che questa storia sia scaturita dalla mente – e dalla penna – di Mari in un fluire ininterrotto.
A cura di Flavia Todisco

