Malati di un amore simbiotico e tossico: “Addio, bella crudeltà” è il romanzo d’esordio di Riccardo Meozzi, finalista al premio Pop 2026
Romanzo finalista al premio Pop 2026, Addio, bella crudeltà (Edizioni e/o, 2025) è un esordio intenso e amaro che racconta l’inizio – e l’epilogo – di un amore travolgente, passionale, annichilente. Meozzi, attraverso la relazione dei due giovani protagonisti, riflette sulla potenza degli amori spesso tossici e insani, e sulla malattia, capace di stravolgere – e anche capovolgere – radicalmente ruoli e dinamiche di coppia, in principio impensabili.
Addio, bella crudeltà di Riccardo Meozzi: la trama del libro
«Lidia poteva contare sulle dita di una mano le volte che si erano visti fuori da scuola: cinque, un numero che le era sembrato infinitamente grande, perché cinque volte le erano state sufficienti per capire che, per lei, il mondo senza di lui non aveva alcun interesse».
Da quando la relazione con Giovanni è finita, per Lidia è impossibile non metterlo a confronto con tutti gli altri uomini che sono venuti dopo. La loro storia ha inizio negli anni Novanta, quando entrambi frequentano l’ultimo anno del liceo. Lui ripetente, affascinante, capelli ricci neri, sigaretta sempre in bocca. Giovanni è il tipico ragazzo che sa come irretire le donne, apparentemente sicuro di sé, gradasso. Lidia, invece, è una giovane studentessa insicura, con sogni confusi e contrastanti, che preferisce avere poche scelte, piuttosto che fare i conti con l’incertezza e l’ignoto che può riservarle il futuro. Quando i due si conoscono, il bisogno di essere vista e apprezzata di lei incontra il desiderio di possesso e di dominio di lui. Dal matrimonio quasi d’impeto, alla luna di miele, alla casa in periferia e alla convivenza è un attimo: la forza impetuosa e selvaggia del loro sentimento li conduce al confinamento totale. Il loro rapporto è così simbiotico che rende soprattutto Lidia incapace di riconoscere quelle tipiche red flag che avrebbero dovuto metterla in guardia sin dall’inizio: in particolare sulla rabbia deragliante e la gelosia incontrollabile del primo grande amore della sua vita. Un sogno di distruzione e amore a scapito di tutto: dei tradimenti, delle bugie, della violenza verbale, persino della propria dignità. Solo quando Giovanni la guarda, infatti, e la sfiora, lei stessa, il suo corpo, acquista un senso, una ragione di esistere. Tutto cambia quando a Giovanni, da sempre provato da continue emicranie, viene diagnosticato un glioma cerebellare: un tumore che gli paralizza metà del viso rendendolo cieco da un occhio. Da qui ha inizio un lungo e doloroso calvario per entrambi, scandito da visite mediche, attese in ospedale, antidolorifici, silenzi, e un profondo stato di vuoto e frustrazione. Ma è dal fondo di questo smarrimento che Lidia inizia la propria risalita, un percorso di consapevolezza di sé e del proprio corpo che le consente di riappropriarsi di quel sano egoismo e cura personale che fino a quel momento non aveva mai avuto.
Amore e dipendenza: quando l’amore diventa malattia affettiva
Prima sottomessa a Giovanni, poi alla sua stessa malattia: la dipendenza e sottomissione di Lidia a Giovanni è la testimonianza del suo bisogno più viscerale d’affetto. «È brava a obbedire, lo è sempre stata, e più precisa è la richiesta, più Lidia la esegue volentieri». Fino a un certo momento, Lidia è sempre stata sola: senza una cerchia di amicizie fino ai diciannove anni, con un rapporto complicato con i genitori, ha vissuto costantemente all’ombra degli altri, alla ricerca continua di approvazione, riconoscimento e compiacimento. Pochi desideri ma assoluti. Per questo, incontrare Giovanni – un ragazzo che le offre attenzioni e piacere – significa per lei trovare tutto. Ma il vuoto che si porta dentro nasce da un’adolescenza segnata dal bullismo, fatta di derisioni e umiliazioni legate al suo corpo, in particolare ai numerosi nei sulla pelle. Da qui prende forma un senso di vergogna profondo, che la porta a percepirsi come sconveniente, inutile, non degna di rispetto né di aspettative. Per Giovanni rinuncia persino all’università, abbandonando il sogno di diventare pediatra. Il futuro che lui le promette finisce per cancellare ogni suo progetto di vita. Dietro il dolore di Lidia si intravede l’ombra dei disturbi alimentari, segno di come la sofferenza possa riflettersi nel corpo e alterare anche i bisogni più naturali. La sua magrezza diventa sempre più inquietante, fino a sfiorare l’anoressia e a ridurla a un peso di appena quarantasei chili: esempio tangibile di come la crudeltà che noi stessi e gli altri ci infliggono possa trasformarsi in malattia del corpo e dell’anima.
La scrittura di Riccardo Meozzi in Addio, bella crudeltà
Meozzi, nel racconto a ritroso della storia, riesce a illuminare progressivamente le zone d’ombra che avvolgono la storia di Lidia e Giovanni. E lo fa con uno stile che rompe le convenzioni del discorso diretto, così da rendere la narrazione più fluida e immersiva. L’architettura degli eventi cattura infatti il lettore trascinandolo fino alla fine, proprio come il sentimento fagocitante che lega i due protagonisti. La sua straordinaria capacità in questo debutto da romanziere sta nell’aver raccontato con profonda sensibilità tutte quelle inquietudini, fratture e vulnerabilità che caratterizzano l’animo umano: dall’insorgere della malattia – anche d’amore – al come curarla.
A cura di Clara Frasca

