Lasciare tutto e vivere su una casa galleggiante: la storia vera di Polly Clark ispirata dal suo stesso libro “Oceano”

 Lasciare tutto e vivere su una casa galleggiante: la storia vera di Polly Clark ispirata dal suo stesso libro “Oceano”

Helen e Frank, innamoratisi giovanissimi a bordo della Innisfree, vivono oggi a Londra con il figlio Nicholas, ma il loro equilibrio familiare è fragile. Un evento tragico sconvolge la loro vita e Helen, ossessionata dal misterioso salvatore, si allontana da Frank e dal figlio. Per salvare il matrimonio, Frank propone un viaggio estremo sull’Innisfree insieme a Nicholas e a Sindi, un’ex allieva di Helen. Attraverso l’oceano e le sfide interiori, affrontano un’avventura intensa alla ricerca di guarigione e rinascita.
Questa la trama del nuovo libro di Polly Clark, Oceano (Blu Altlantide, agosto 2025). Ispirata dal suo stesso romanzo in scrittura, Clark ha deciso di cambiare vita: dopo la fine del suo matrimonio, ricomincia la sua vita a Londra vivendo su una houseboat e imparando a gestire la vita sull’acqua. Intraprende un viaggio in barca a vela e trasforma un’imbarcazione fatiscente in una vera casa.

Estratto dal libro di Polly Clark

L’ora di punta mi trovò schiacciata contro la mappa sul muro della metropolitana, gli occhi chiusi dallo sfinimento. Frank mi aveva scritto per dirmi che aveva un incontro di lavoro e non poteva accompagnarmi a casa, così avevo arrancato fino alla fermata. Implorai che il treno arrivasse in fretta; tutto ciò che volevo era sprofondare in un luogo caldo e rassicurante, abbandonarmi alla corrente di ormoni come una nave da diporto su un mare vacanziero, sentire il bimbo voltolare come una focena tra le onde. Nicholas era con il suo amico Luis; Frank aveva concluso il messaggio con la promessa di cucinare qualcosa di buono quella sera per compensare il fatto di non essere venuto a prendermi. In superficie, andava tutto bene. Però, man mano che la giornata si srotolava sotto le mie palpebre socchiuse, mi domandai se magari non avessi esagerato.

Il treno arrivò, e io crollai con gratitudine su un sedile vuoto.

Come sarebbe bello non scendere mai da questo treno, pensai, e invece lasciarmi semplicemente trasportare avanti e indietro sulla Northern Line all’infinito. Così potrei rimanere in quest’orbita di possibilità illimitate che sono ora. Ero colma d’amore per quel bimbo. Era un amore più diretto e semplice di quello per il mio primo figlio, concepito e vissuto in un momento molto diverso. Riuscivo finalmente a dirmelo, perché non avevo sempre provato un amore così grande per quell’arrivo. Ero grata, perché avevo cominciato a sentire che per me e Frank le nostre vite non bastassero più, e avevamo un bisogno disperato di una nuova partenza. È così che era iniziato. Ma l’amore può iniziare nei modi più svariati in fondo, no? Ed evolvere in qualcos’altro. Può iniziare in modi incomprensibili, sbagliati, e poi invece diventare qualcosa che definisce un’intera esistenza.

Man mano che i vari momenti critici della gravidanza passavano, e controllo dopo controllo si delineava un feto perfetto che ricambiava con gentilezza il mio sguardo, il mio amore per il bimbo crebbe. Crebbe mentre lo annunciavamo alla gente e immaginiamo la nostra famiglia con dentro una nuova persona. E crebbe mentre parlavamo del bimbo a Nicholas e lui si illuminava, rendendosi conto che non sarebbe mai più stato solo.

Io amo il mio bambino. Sorrisi tra me, abbandonandomi al sedile, immaginando il giorno in cui quella nuova vita sarebbe venuta al mondo e al sicuro tra le mie braccia.

Ma quell’ebbrezza venne interrotta da un senso di disagio per l’Intervento di Sindi. Pur avendo una formazione da scienziata, credevo che a volte l’unica difesa contro il dolore della vita fosse la metafora radicale. E avevo scoperto che si trattava di una difesa forte, tanto quanto quelle promulgate dalla scienza o dalla società. Ma non tutti sono forti abbastanza da sopportare di essere messi di fronte al proprio cuore infranto. Ripercorsi tutto nel dettaglio, cercando di trovare dove potessi essere scivolata.

Quei rituali si svolgevano con modalità che avevo perfezionato nell’arco di anni. In quel caso ci eravamo riuniti in un angolo dell’edificio completamente appartato, che io avevo allestito con candele e luci. Dwayne aveva preparato un bidone e della legna da ardere, essendo quello un tardo pomeriggio di dicembre. Per quanto freddo potesse fare, tutti gli Interventi riscuotevano sempre un gran successo di pubblico. Nessuna defezione per spettacoli di tale portata. Chalmers era il maestro di cerimonie, chino e mezzo sorridente con la fotocopia del programma tra le mani. Nel tempo gli Interventi si erano fatti elaborati, pur non superando mai la durata di un’ora. Io incoraggiavo in loro quel senso di attesa, che emozionava anche me man mano che il giorno si avvicinava.

Al centro, supportata da dei mattoni, c’era una bara aperta. Era stata amorevolmente costruita con del compensato da Dwayne e Carol, le cui abilità con il legno erano incredibili, e dipinta di nero con dei bei ghirigori argentati da Petra, che era sulla buona strada per aggiudicarsi una A agli esami finali in arte ma si reggeva a malapena in piedi in scienze. Lo spazio all’interno era foderato con lenzuola di vari colori. Erano state prese da diverse case – inclusa la mia – e poi accuratamente arricciate e imbottite con ritagli di tessuto sgraffignati dall’aula di tecnologia domestica. Dwayne e Carol avevano intelligentemente dotato il tutto di cerniere, così da poter lo mettere via e conservare. Era davvero bello. Io vi deposi dei fiori.

Con una ventina di studenti riuniti tutti attorno, Sindi saltò dentro la bara con una prontezza che mi ricordò mio figlio da piccolo, quando, spinto dal proprio bisogno, si fiondava dentro al mio letto senza un briciolo di vergogna. Impaziente, Sindi si mise in posizione, la divisa sobriamente lasciata della sua corretta lunghezza, calze di lana, occhi serrati, mani a croce sul petto. Io posai il coperchio sopra di lei, proiettando l’ombra di un obelisco sulla pelle chiara, le sue labbra imbiancate da uno sbuffo d’aria gelida. Un’onda di paura appena percepibile svanì dalle sue guance mentre il coperchio si chiudeva.

A quel punto era tutto ben sigillato, con giusto una piccola apertura per l’aria. Mi chinai sull’apertura e dissi: «Tutto bene lì dentro, Sindi?».

Un tenue sì Miss.

Sindi aveva quindici anni, e io avevo passato settimane a preparare l’Intervento per lei. Non riuscii a pensare a nulla di meno radicale che potesse trarla in salvo. Orfana, vagava nella mia coscienza come in attesa di un provino per diventare mia figlia. Aveva il tipo di carisma dato dalla forza di carattere, non dalla bellezza; simile a quello che possiedono certi uomini. Non era in alcun modo vanitosa, non si truccava, ma l’assenza di camuffamento dei suoi lineamenti marcati non faceva che aumentarne il magnetismo.

Ogni giorno, quando Sindi scendeva dall’autobus, si arrotolava la gonna a una lunghezza millimetrica e si annodava la camicetta, esponendo più fianchi e gambe che poteva. Dopodiché, però, tutto ciò che si limitava a fare, lo stesso ogni giorno, era spruzzare la propria sigla dietro l’istituto tecnico, o sedersi a gambe nude da sola in un angolo del campo da gioco a fumare le sue Embassy Regals. Non indossava monili e i suoi lunghi capelli color fieno le cadevano attorno in viti attorcigliate, più per incuria che per un deliberato tentativo di farsi crescere dei dreadlocks. Nessuno, non i ragazzi, né gli insegnanti, tanto meno il mondo fuori, avrebbe mai lasciato che Sindi fumasse in pace, mezza nuda, da sola. Era già cominciato, il viavai di ragazzi che attraversavano il prato incolto per gironzolarle attorno. E gli insegnanti che alzavano la testa, mentre lei compiva la sua sensazionale sfilata lungo il viale. Era un’ispirazione per le ragazzine più piccole, che provavano a copiarla. Le finestre delle aule si spalancavano: “Sindi tira giù quella gonna!”. E lei lo faceva, distrattamente, fino a quando, non più sott’occhio, la ritirava su. Io mi portavo sempre dietro delle calze di lana perché sembrava infreddolita. Era stato un segnale di fiducia tra di noi il fatto che lei, a un certo punto, avesse iniziato a indossarle in classe quando faceva molto freddo. Via tutto però, se andava all’istituto tecnico o al campo da gioco. Le dava fastidio coprirsi, ma non aveva alcuna ragione sensata da esporre. Non avvertiva alcuna provocazione nei propri comportamenti, né pericolo.

Non mostrava alcun interesse nel proprio futuro.

Osservarla nell’allucinogeno vortice dei miei ormoni in quei primi momenti della mia gravidanza mi faceva venir voglia di piangere. Alla fine non ce la feci più. Ballonzolai lungo il campo da gioco per sedermi vicino a lei, mettendole le braccia attorno e poggiando la guancia gonfia sulla sua spalla fredda. Lei voltò quel suo viso marcato verso di me, naso troppo grande, occhi troppo vicini, spazio tra i denti davanti, l’effetto d’insieme già sufficiente di per sé a farmi desiderare di tentare di tutto per salvarla da tutte le cose che non capivo, e da tutte quelle che capivo fin troppo bene. Lei mi soffiò in faccia il fumo dell’Embassy Regal e disse bonariamente: «Miss, se proprio devi farlo, sposta il mento». Restammo lì così per il resto della pausa pranzo, principalmente in silenzio, con occasionali sprazzi di conversazione su cose che le piacevano. A lei interessava il denaro, capire come funzionava, cosa significava, in che modo dei pezzi di carta o dei numeri su uno schermo potessero significare alcunché. Mi chiese di spiegarle la borsa, cosa che non seppi fare, ma le promisi che l’avremmo studiata insieme. Mi faceva male la schiena e mi formicolavano le gambe e avevo aspirato almeno tre sigarette di fumo passivo, ma avevo adorato quell’ora. Gli avvicinamenti predatori dei ragazzi erano stati scongiurati. Ma non poteva bastare. Solo la trasformazione avrebbe potuto.

Con un cenno della mano, Chalmers indicò che la cerimonia stava per iniziare. Il coperchio venne sollevato rivelando Sindi, a occhi chiusi, con la cravatta da funerale in velluto nero stretta at torno al collo del proprio cadavere. La cerimonia si sarebbe fermata se il cadavere avesse mostrato il minimo segno di vita. Era una cosa seria.

Tutti gli alunni indossavano la divisa completa, o almeno completa quanto il loro misero budget familiare consentiva. La divisa era nera e dorata. Non gialla, anche se la scuola chiudeva un occhio sugli indumenti gialli, che rivelavano all’istante coloro che non potevano permettersi di andare da Farrah and Sons sulla strada dei negozi vicino alla scuola per i colori giusti. C’era molto giallo nelle mie classi dei primi livelli. Io tenevo un occhio ai saldi delle divise usate, passando di tanto in tanto a un alunno un indumento dorato sottobanco. Credevo nella divisa; era probabilmente l’unica cosa che impediva a molte delle ragazzine di presentarsi con un top glitterato. Ma dorata? Quella era una battaglia che avevo deciso di non intraprendere con la presidenza. Stavo facendo quello che potevo. Avevo trovato la mia nicchia. E in cambio sapevo che la presidenza avrebbe chiuso un occhio sulle mie attività teatrali.

Chalmers, con il suo sorriso timido sotto la zazzera nera, disse: «Siamo qui oggi per celebrare la breve vita di Sindi Jackson, appesa per omicidio». La sua voce echeggiò tra i piloni spettrali. Ai cadaveri era concesso di scegliere le modalità delle proprie morti precoci. L’ unica condizione era che fossero credibili.

«Impiccata», precisai io. «Sindi merita una lingua corretta».

Quel canovaccio era davvero eccellente. Immaginai Sindi che azzannava l’ennesimo uomo da niente che aveva abusato di lei, e poi lo colpiva con una delle sue chiavi inglesi o lo pugnalava al cuore con un cacciavite.

La immaginai anche, ugualmente fraintesa, al tempo delle streghe, dove non avrebbe mai potuto essere provocante e impunita. A ogni modo, un silenzio improvviso calò sul gruppo.

Chalmers proseguì: «Anche se il collo di Sindi è stato stretto così violentemente che la sua testa si è in effetti staccata, il suo viso è rimasto miracolosamente intatto».

Ci fu una pausa mentre tutti digerivano la vivida scena. Sindi rimase impassibile come stesse fumando sui campi da gioco.

«E ora», Chalmers continuò, «mi rivolgo alla sua compagna di classe Petra per quanto vorrà dire in ricordo di Sindi».

«Ricordate quando Sindi ha fregato quella specie di microfono dall’aula di musica? Al mio compleanno?», disse Petra. Cenni di assenso e risatine sommesse circondarono il feretro. «E abbiamo festeggiato facendo a turno per cantare. E lei ha tirato fuori quella parrucca rossa e ha cantato “Dancing Queen”?».

Sindi restava come di pietra. Era davvero impressionante.

«Ricordi che l’ha messa sul tuo telefonino, Dwayne, la musica? Ma io un po’ prima le avevo raccontato di come… ero depressa da quando mio padre se ne era andato e del fatto… che mi tagliavo e non lo so, è solo che è stato così divertente». Petra si fermò e si morse il labbro. Poi aggiunse: «E aveva anche una voce davvero bella».

«Grazie, Petra. Chi è il prossimo?», disse Chalmers.

E la cerimonia proseguì così, con gli studenti che si facevano avanti uno alla volta per lodare la bontà di Sindi, la sua voce sexy da fumatrice… (quest’ultima era al limite perché io avevo insistito che tutte le lodi dovessero riguardare quello che aveva fatto, o che avrebbe potuto fare, o il suo carattere. Pensare a sé stessa come sexy era il disastro da cui stavo cercando di salvarla). Un ragazzo ci sorprese tutti mormorando: «Sindi sapeva sempre dirti quante sigarette potevi prendere con i tuoi soldi. In un lampo. Poteva dirti quanti pacchetti da venti, o da dieci, o anche singole». Cenni di assenso tra il gruppo.

«Se avesse vissuto», domandai io, «cosa avrebbe potuto fare della sua vita?».

Fortunatamente gli Interventi erano pianificati. Tutti avevano due giorni per pensare alle loro risposte. Senza quel tempo saremmo tutti rimasti a bocca aperta, ipnotizzati da Sindi nella sua bara, incapaci di visualizzare qualsiasi altra cosa.

Carol disse: «Io penso che Sindi sarebbe stata una grande infermiera, perché era così premurosa». Fissammo tutti intensamente dentro la bara.

Io dissi: «Io penso che sarebbe stata una brava artista. I graffiti che fa sono magnifici! Qualcos’altro dai ragazzi?».

Dwayne alzò la mano. Parlò di getto, avendo evidentemente appena formulato il pensiero. «Io penso che poteva essere qualsiasi cosa voleva», disse, e ci fu silenzio mentre riflettevamo insieme su quella benedizione che molti bambini più fortunati avevano ricevuto su di loro dall’infanzia. Io stessa avevo più volte detto quella frase a mio figlio.

Pronunciata su Sindi, suonò come una condanna. Il suo volto perfettamente composto si contorse all’improvviso, e una lacrima le scivolò lentamente dalla coda dell’occhio fin dentro i capelli. Le mani con le unghie mangiate le coprirono il viso e lei scoppiò in singhiozzi inconsolabili. Non avevo mai visto Sindi piangere ed ero sconvolta. Gli altri mi guardarono in cerca di una guida.

Dwayne chiese: «Ho detto qualcosa di sbagliato?».

«No, Dwayne. Hai detto una cosa bellissima».

«Rimettete giù il coperchio!», gridò Sindi. «Ma Sindi…».

«Adesso!».

Con riluttanza, abbassai il coperchio e spostai l’attenzione dei ragazzini sulla torta. C’era sempre una torta dopo la cerimonia, che di solito ingurgitavano con una furia solenne da bambini di cinque anni.

«Sindi starà bene, mangiate!», dissi allegramente.

I singhiozzi attutiti di Sindi si propagavano a ondate tra gli alunni esitanti. Chalmers mise la musica, sommergendo quel suo no, e tutti pian piano cominciarono a rilassarsi. Io rimasi accanto alla bara nell’ombra, mano sul coperchio, un sorriso fisso sul viso, spaventata all’idea di aprirlo. Era stato troppo? Picchiettai piano e domandai attraverso l’apertura: «Che ne dici di uscire, Sindi? Ti prendi una fetta di torta magari?».

Con mio enorme sollievo, lentamente il coperchio si alzò e Sin di si arrampicò fuori. Aveva gli occhi rossi e il viso pallido; si abbandonò a un abbraccio e accettò una sigaretta da Dwayne. «Che cosa intensa, Miss», disse.

«Le hai sentite?», chiesi io. «Tutte le cose meravigliose su di te?». Aveva una margherita sgualcita tra i capelli. La tolsi e lei mi fissò.

«Vorrei che tu fossi mia mamma», disse.

E poi si allontanò, unendosi al gruppo.

Blam

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