Spionaggio, agenti segreti russi e tradimenti: arriva “L’ottava sorella” di Robert Dugoni per gli amanti di John Grisham e Scott Turow
Per gli amanti di John Grisham e Scott Turow e per i fan di James Bond, Jason Bourne e Jack Ryan arriva L’Ottava sorella (pubblicato da Indomitus Publishing) di Robert Dugoni, autore che nel mondo, con i suoi libri, ha venduto oltre 10milioni di copie. Il nuovo thriller racconta la storia dell’ex agente CIA Charles Jenkins che, ormai dedicato ad altre attività non di spionaggio, viene contattato dal suo ex capo per seguire una missione a Mosca: localizzare un agente russo sospettato di essere l’omicida dei membri di una cellula americana clandestina di spionaggio chiamata le sette sorelle. Quando Jenkins trova l’ottava sorella, l’agente che ha progettato gli omicidi, tutto non è come sembra.
Qui di seguito pubblichiamo un estratto.
Isola di Camano, Washington
Charles Jenkins si abbassò su un ginocchio e spostò le foglie e i rametti caduti sulle due tombe. Aveva preso l’abitudine, durante la corsa mattutina di otto chilometri, di fermarsi a salutare Lou e Arnold, i due Rhodesian ridgeback che aveva seppellito lungo il letto del torrente. Le croci di legno erano state spazzate via da tempo, il giorno in cui il torrente era straripato dagli argini. Non aveva pensato a quell’eventualità quando aveva seppellito i suoi due ragazzi.
Max, la pitbull chiazzata, arrivò correndo dai cespugli, mentre lui si rialzava. «Ma ho ancora te, giusto, ragazza? Sei l’ultima dei Mohicani.» Anche Max ormai era avanti con gli anni e il pelo era più grigio che marrone. Jenkins non conosceva la sua età esatta, perché l’aveva salvata da un tizio che la maltrattava. Immaginava che avesse almeno undici anni, due più del figlio, CJ. «Forza, ragazza. Torniamo a casa, così salutiamo CJ prima che vada a scuola.»
Accelerò il passo lungo la strada sterrata, mentre la pitbull faceva del suo meglio per stargli dietro. Jenkins avrebbe voluto prendere un altro cane. CJ era abbastanza grande da imparare ad assumersi le proprie responsabilità prendendosi cura di un animale, ma Alex si era opposta fermamente all’idea, adesso che c’era un secondo bambino in arrivo. E lui non era così stupido da mettersi a discutere con una donna incinta.
Percorse gli ultimi dieci metri camminando, le mani intrecciate sulla testa, ispirando profondamente l’aria fresca di novembre. Sotto il berretto di lana e la pesante felpa blu sentiva colare le gocce di sudore. Correva tre mattine alla settimana, perché le ginocchia non avrebbero retto un giorno in più, e sollevava pesi nel seminterrato. A sessantaquattro anni, stare attento alla dieta non bastava più per restare in forma. Servivano sangue, sudore e sì, anche qualche lacrima, ma dopo un anno di esercizio intenso e costante, con il suo metro e novantacinque di altezza era tornato a pesare centosei chili, solo quattro in più del suo peso massimo ai tempi in cui lavorava come agente operativo della CIA a Città del Messico, quasi quarant’anni prima.
Il Range Rover era nel vialetto sterrato della casa a due piani, il motore al minimo che si scaldava, mentre Alex eseguiva l’esercitazione antincendio quotidiana che serviva per buttare il figlio giù dal letto e tirarlo fuori di casa in tempo perché arrivasse a scuola puntuale. Quel mattino, giovedì, Alex aiutava gli studenti che avevano bisogno di sostegno in matematica, quindi lo stress era doppio. Jenkins ogni giorno preparava il pranzo del figlio e si assicurava che lo zaino fosse pronto accanto alla porta, per andare a correre senza sentirsi troppo in colpa.
«CJ, forza! Arriveremo in ritardo.» Alex era sulla soglia e gridava rivolta verso l’interno, in un tono già esasperato.
Jenkins sentì arrivare la risposta del figlio da qualche parte dentro casa. «Non riesco a trovare le scarpe da calcio.»
«Perché le hai lasciate in macchina» mormorò Jenkins fra sé.
«Sono in macchina, dove le hai lasciate» urlò Alex.
«Hai il mio pranzo?» disse Jenkins piano.
«Non riesco a trovare il pranzo» disse CJ. «Ce l’hai tu?»
«Sì» rispose Alex e strinse il sacchetto di carta marrone.
«Dov’è il giubbotto?» sussurrò Jenkins. «Non ne ho bisogno. Sì, invece. Ci sono tre gradi. Prendi la giacca dall’appendino.»
«Dov’è il giubbotto?» chiese Alex, quando CJ corse fuori dalla porta. Il ragazzo indossava un paio di pantaloni corti e una maglietta.
«Non ne ho bisogno.»
«Si gela fuori. Prendi il piumino dall’appendino.»
CJ corse di nuovo dentro e tornò con il piumino. Era tutto braccia e gambe, il più alto della sua classe, com’era prevedibile, con un padre dell’altezza di Jenkins e una madre che arrivava quasi al metro e ottanta. Il suo aspetto combinava le origini ispaniche di Alex e quelle afroamericane di Charlie. Aveva perfino gli occhi verdi del padre, frutto probabilmente di qualche gene recessivo ereditato da un lontano antenato di Jenkins della Louisiana.
CJ corse davanti al padre. «Buongiorno, papà. Ci vediamo, papà.»
«Dai un bacio a tuo padre» lo richiamò il genitore.
Il ragazzino tornò indietro e si lasciò baciare sopra la testa. «Passa una buona giornata a scuola.» CJ si diresse verso la macchina. Lui lo seguì. Il figlio salì sul sedile posteriore. «Hai avuto di nuovo problemi con quel bambino?» chiese Jenkins.
«No, tutto a posto.»
«Chiama, se hai bisogno. Ti ricordi le parole in codice?»
«Sì» rispose CJ impaziente, mentre si allacciava la cintura.
«Com’era?» Le vecchie abitudini sono dure a morire. Jenkins aveva impostato alcune frasi in codice per la famiglia, proprio come quando lavorava a Città del Messico, nel caso le cose si mettessero male e dovessero chiedersi aiuto a vicenda.
«Papà…»
«Stai perdendo tempo.»
«Come sta Lou?» CJ sospirò.
«In questo momento sta dormendo.»
«Puoi svegliarlo?»
«Se è importante.»
«Lo è.»
Jenkins arruffò i capelli del figlio. «Bravo.» Chiuse la portiera.
Alex alzò gli occhi al cielo. «Si scorderebbe dei piedi, se non fossero attaccati alle gambe. E poi il dottore si chiede come mai ho la pressione alta.»
«Hai una visita oggi?»
«Alle due.»
Alex era incinta di ventitré settimane e all’ultimo controllo le avevano detto che aveva la pressione alta, cosa che secondo il medico spiegava le emicranie e il dolore alla parte alta dell’addome. Le aveva diagnosticato la preeclampsia e le aveva raccomandato di rallentare il ritmo e riposarsi. L’unica cura per la preeclampsia era partorire e per quello mancava ancora un bel po’ di tempo. Jenkins era passato a occuparsi della contabilità e dell’amministrazione della CJ Security al posto della moglie, oltre a svolgere il lavoro sul campo. Avevano scelto di dare alla società il nome del figlio.
Jenkins la baciò. «Promettimi di non strafare, Alex.»
«Promesso. In aula c’è una scrivania con tanto di sedia per le signore incinte.» Si mise al volante e si allacciò la cintura. «Hai parlato con Randy?»
«Alex…»
«Mi stresserò di meno se mi rispondi di sì.»
«Ho in programma di chiamarlo oggi.»
«Quanto ci devono?»
«Lascia che me ne occupi io. Sono sicuro che ci pagheranno entro la fine del mese.»
«Secondo me dovresti avvisarlo che richiamerai tutto il personale finché non salda il debito. Così sì che ti farebbe caso.»
«Non ho dubbi. Non stressarti per questo. Il dottore ha detto che lo stress non fa bene alle signore incinte.»
CJ urlò dal sedile posteriore. «Così arrivo in ritardo, mamma.»
Lei alzò gli occhi al cielo. «Adesso si preoccupa.» Baciò il marito e chiuse la portiera. «Chiama Randy» disse mentre si allontanava, dopo aver abbassato il finestrino. «Dagli tempo entro la fine della settimana. Digli che sta stressando una donna incinta e che se inizio a dare di matto, lui sarà il primo della lista.»
Jenkins sorrise e gridò a sua volta: «Glielo farò sapere».
Il Range Rover sollevò spruzzi di ghiaia, mentre Alex girava attorno alla grande sequoia e si dirigeva verso la strada asfaltata.
La CJ Security forniva i propri servizi a una società d’investimento con base a Seattle chiamata LSR&C. Il direttore finanziario della società, Randy Traeger, aveva un figlio che giocava a calcio con CJ e si era rivolto a Jenkins dopo avere saputo che si era occupato della sicurezza per un avvocato di Seattle, David Sloane, e i suoi clienti. Traeger gli aveva spiegato che la LSR&C era una società in rapida espansione, con succursali a San Francisco, Los Angeles e New York, e che aveva in programma di aprire alcune sedi oltreoceano. Jenkins poteva coordinare al telefono gran parte del lavoro di security – garantire la sicurezza degli impiegati e quella dei clienti facoltosi che si recavano negli uffici – e in questo modo si evitava il tragitto di un’ora e mezza nel traffico sempre più congestionato di Seattle.
Il Range Rover svoltò a sinistra in fondo alla strada e scomparve dietro gli alberi e gli arbusti. Jenkins guardò Max. «Gli appaltatori non aspetteranno fino alla fine del mese per essere pagati» disse.
La cagna lo guardò ansiosa.
«Esatto. È proprio così che mi sento.»
***
Jenkins riagganciò, dopo avere lasciato l’ennesimo messaggio a Randy Traeger. Se il direttore finanziario non l’avesse richiamato in giornata, avrebbe dovuto guidare fino a Seattle e presentarsi di persona negli uffici della LSR&C, al Columbia Center. Cliccò fra i documenti aperti sul computer. Per fondare la CJ Security aveva dovuto chiedere un ingente prestito aziendale e usare gran parte dei propri risparmi, ma all’inizio il lavoro non mancava. Con gli ultimi sviluppi del mercato, però, la LSR&C aveva rallentato i pagamenti delle fatture e adesso aveva oltre cinquantamila dollari di arretrati. Jenkins non poteva ricorrere a un altro prestito aziendale per i pagamenti di metà mese agli appaltatori e ai fornitori, e non aveva i soldi per anticipare quanto dovuto dalla LSR&C. Cercava di mostrarsi sereno, per il bene di Alex. Lo stress rischiava solo di peggiorare la preeclampsia, mettendo a rischio la sua vita e quella del bambino. Continuava a ripetersi che la LSRC&C era già stata in ritardo con i pagamenti in passato, ma alla fine aveva sempre saldato i debiti.
Infilò il cellulare in tasca, prese una tazza di caffè dalla caffettiera sul bancone della cucina e uscì per una boccata d’aria fresca. Max gli trotterellò accanto. Andò nell’orto, dove sembrava che fosse esplosa una bomba atomica e non si vedevano che gambi appassiti, paletti di legno e foglie avvizzite. Non aveva avuto il tempo di prepararlo per l’inverno, adesso che doveva gestire la società da solo.
Gli sembrò di sentire la ghiaia che scricchiolava sotto le ruote di un veicolo e l’abbaiare di Max lo confermò. Guardò a sud. Un’auto percorreva il sentiero sterrato che attraversava il terreno del vicino. Molti anni prima, una servitù di passaggio permetteva alle macchine di proseguire lungo il sentiero fino alla proprietà di Jenkins, ma quando era scaduta, il vicino aveva piazzato un cancello e piantato cespugli di more, per impedire che arrivassero fino a casa di Jenkins. Charlie allora aveva costruito un proprio vialetto e una strada alternativa, che passava dietro il suo appezzamento di quattro ettari.
Arrivata davanti al cancello chiuso a chiave e ai cespugli di more incolti, l’auto si fermò. Poi spense il motore. Una portiera sbatté.
Jenkins tornò verso casa. Al suo arrivo, si trovò davanti un tizio che sembrava ammirare la proprietà.
«Posso aiutarla?» chiese Jenkins.
L’uomo si voltò: un fantasma del passato di Charlie. Era ancora alto e asciutto, con la pelle abbronzata di chi trascorre molto tempo al sole. I capelli però adesso erano un lampo di bianco. Carl Emerson lo fissò con gli occhi azzurri familiari e penetranti.
«Ne è passato di tempo» disse Emerson.

