Il mito del morso della tarantola spiegato in un libro folk-horror che ha il sapore del Salento

 Il mito del morso della tarantola spiegato in un libro folk-horror che ha il sapore del Salento

Nel 1972, il giovane antropologo Emilio Della Torre arriva in Salento per studiare il tarantismo e a Tricase incontra Mira, misteriosa e magnetica. Tra sguardi e silenzi nasce una passione che culmina in una notte rituale nei campi, dove i due si uniscono imitando la danza del ragno. Tornato a Roma, Emilio è ossessionato: presenze oscure e visioni lo perseguitano. Anni dopo, una lettera di Mira riapre quella ferita mai chiusa. Con L’affascino, Manuela Maddamma intreccia horror e mito mediterraneo in un romanzo evocativo e perturbante.

Qui di seguito un estratto.

 

Ansietà di purezza

C’è una stagione per ogni uomo in cui il vagabondare si quieta. Ci sono dei giorni che brilleranno indelebili, poi, in cima agli scaffali dei ricordi, giorni in cui piano piano l’orizzonte si fa più nitido, giorni che porterà con sé per il resto della vita.

Per me quella stagione è stata la tarda estate del 1972, il sole malinconico e feroce del Salento. La terra d’argilla, i crateri lunari della via del sale, gli abissi profondi della marina di Funnuvòjere; il dialogo con i menhir dai nomi sacri e di fantascienza – “Osanna”, “Avvistamenti” – il veleno del ragno, i massi della Vecchia, i muretti a secco e tutta quella curiosa abbondanza di strade complanari, ulivi contorti come braccia di un dio intrappolato nella terra, paesi bianchi come sudari, piscine naturali come specchi d’acqua e le spiagge eteree di Ugento separate dalla terra da una sciarpa di arbusti profumati; lo splendore di Otranto con la Torre del Serpe immaginando la bella Idrusa dell’Ora di tutti (quanto avevo amato quel libro!), gli scogli ostili e affilati che incastonano gemme di mare. I giorni velati di nebbia che cancella le rocce e che ti si attacca sulla pelle come ovatta bagnata, ti lasciano cieco e senza respiro, quelli che chiamano i giorni della Lupa.

Fu allora che si prospettò anche per me la scelta di abbeverarmi a una sola fonte di soddisfazione, appagare la mia sete che, prima di allora, era stata divisa tra i tanti disordinati interessi dell’adolescenza: la musica, la letteratura, le tradizioni popolari.

A inizio settembre lasciai la città.

Avevo affrontato la tesi con rabbia, ebbi un battibecco col mio professore, e subito dopo averla discussa gettai nella sacca un po’ di abiti alla rinfusa. Magliette, tute da ginnastica, calzettoni, non fu tanto una scelta ma piuttosto la vestizione di un guerriero che parte per le crociate, che cerca di portarsi appresso tutto il necessario per le avventure peggiori. Preparai la valigia come se dovessi partire per sempre.

Avevo scelto Tricase perché sulla carta geografica profumava di estremo. Mi sembrava il giusto eremo in cui isolarmi. Allora ero un forte e coraggioso ventiquattrenne e avevo la ferma volontà di lasciarmi alle spalle, con il caos della Capitale, anche una storia di illusioni che andava avanti dal liceo che di nome faceva Gilda e aveva già deciso per tutti e due: il suo fu un addio senza parole.

Sul treno, affaticato, bagnato di sudore dopo un giorno di viaggio, guardavo affamato fuori dal finestrino. A leggere sui cartelloni azzurri quei nomi a me sconosciuti – Sanarica, Poggiardo, Spongano, Andrano, Miggiano, Montesano –, e infine il prescelto, Tricase, sentivo qualcosa ribollirmi nel sangue, come un moto violento di ribellione che, appena avessi messo il piede giù dal predellino, avrebbe trovato pace. Qualcosa che in quegli attimi di confusione al di là del finestrino, con il treno ormai fermo, con l’aria così calda che faceva passare appena le parole, attribuii a una strana e personale forma di vendetta. Verso Gilda fuggita in Africa a fare volontariato, verso mio padre, dentista da tre generazioni che reputava una laurea in Antropologia la scelta giusta per un futuro di fame, verso mia madre che era morta quando ancora non aveva finito di allattarmi e, infine, verso l’università italiana.

Avrei continuato in autonomia le ricerche sul tarantismo.

Ero stanco, inquieto e con la testa piena di teorie. Ancora non sapevo quale incantesimo mi aspettasse in quel piccolo borgo circondato di ulivi.

Uscito dalla stazione fui sopraffatto dalla calura pomeridiana.

Solo, senza un indirizzo né il nome di un conoscente cui rivolgermi, mi sedetti su una panchina davanti a una splendida villa padronale. I suoi austeri muri color sabbia parlavano una lingua a me straniera, ottocentesca. Dietro le alte finestre riposava una serena quotidianità cui non ero destinato: un soffitto con le volte a stella, un lampadario in ferro battuto. L’ombra del giardino di palme e di altri alberi esotici che non avevo mai visto nemmeno all’Orto botanico dove amavo rifugiarmi a Roma, sembrava ridere beffarda dietro l’alto recinto, utile evasione per il mio cuore ancora dolente.

Non era certo un paese con grandi alberghi, Tricase, avrei dovuto accontentarmi di qualcosa di modesto. Un posto con un tavolino su cui poggiare la mia macchina per scrivere e i testi fotocopiati che mi ero portato appresso. Un tetto, insomma, che mi levasse dalla strada e mi permettesse di lavorare senza le distrazioni del mare e della bellezza millenaria di quel luogo dal nome tanto suggestivo.

L’Hotel Adriatico, a poche centinaia di metri dalla stazione, fu la risposta al mio bisogno di solitudine e al mio sconforto.

Cosimo, direttore nonché padrone della piccola struttura, lesse ad alta voce la mia carta d’identità: “Emilio Della Torre, studente”.

“Neo laureato”, lo corressi.

“Quanto si ferma?”

Lo guardai con aria di sfida. Aveva dei lunghi baffi bianchi e il grembiule da cuoco che gli avrei sempre visto indosso. Mi fu simpatico all’istante.

“Con questi quanto posso stare?”, chiesi, poggiando sul tavolo una decina di banconote da diecimila tutte accartocciate.

“Diciamo, un paio di settimane. In vacanza? Abbiamo una macchina che può portarla al mare con poco.”

“E sia, ad allungare c’è sempre tempo. La macchina non mi interessa, sono qui per lavorare.”

Fu tra le pareti cremisi di quella stanzetta al terzo piano, con una finestrella che dava sui binari e un armadio dalle pareti di compensato, che combattei col passato, lì mi liberai dei miei ultimi fantasmi amorosi, dell’ombra di mio padre che aveva lasciato via Due Macelli per trasferirsi definitivamente in Toscana, e cominciai a prendere sul serio gli studi appena conclusi.

L’argomento, l’ho detto, era un’indagine sul campo del tarantismo, ma volevo andare oltre la tesi e così mi informai dal signor Cosimo, giù alla reception, di quali fossero i centri del circondario più adatti a una ricerca approfondita del fenomeno.

Lui mi prese in giro.

“Sono tutte leggende, quelle là. Storie che fortunatamente non vuole ascoltare più nessuno.”

Mi guardava perplesso, quando gli dicevo che io, invece, avrei voluto ascoltarle. Poggiava davanti a me con la mano sinistra quello che sarebbe diventato il solito piatto di orecchiette, mettendo la destra sulla mia spalla: “Lascia stare, ragazzino. Non è roba per te”.

Provai allora alla biblioteca locale, ma era una stanzetta polverosa dietro il municipio, stipata di romanzetti rosa, vecchie edizioni Medusa che non apriva più nessuno, ed enciclopedie per le ricerche dei ragazzini a scuola. Quando mi presentai al bancone, una giovane dai capelli radi e un difetto di pronuncia farfugliò qualcosa a proposito di una sua vecchia zia demente ormai morta.

Dissi che venivo da fuori, non capivo.

“La zia, no? Qui!”, sbraitò. Mi astenni dal chiederle altro. “Vai via che devo chiudere.”

Ero troppo timido per entrare in un bar. Ho sempre avuto un po’ di timore per il bar come concetto, e i bar di Tricase non facevano eccezione. Uomini senza età mi fissavano dietro la spuma dell’ennesima birra, sulla soglia. Accartocciavano le lattine senza togliermi lo sguardo di dosso, poi rinculavano dentro, dove scoppiavano risate poco umane, e la televisione raccontava di due giovani amanti precipitati con la macchina giù dalla scogliera.

Erano le due del pomeriggio. Il sole era terribile a quell’ora, e non sapevo più dove andare, così, sotto gli occhi invadenti dei vecchi seduti sulle poche panchine di piazza Pisanelli mi lasciai cadere sui gradini di una chiesa dalla facciata tardo barocca. A dire il vero non sembrava neanche una chiesa, ma un palazzo padronale, con quel vecchio stemma in cima, una sola finestra quadrata e un’epigrafe latina sull’architrave, a dirmi il committente e l’anno di edificazione.

Ma le gonne che mi scivolarono accanto, là nel mio piccolo rifugio d’ombra, erano gonne di prete, che inseguii lungo la piazza. Rideva imbarazzato. Aveva da fare, diceva, e poi non sapeva niente di queste cose. Dopo tanto insistere, mi fece il nome di un parroco di Nardò, don Mautone, che sicuramente mi avrebbe saputo dare più informazioni su ciò che mi interessava.

Qualche giorno dopo acquistai tre camicie di lino, un paio di pantaloni leggeri e uno di sandali che non levai più per quel poco d’estate che restava, infine chiesi il conto a Cosimo, e portai la valigia all’ingresso, pronto per la partenza.

Mi dispiaceva un po’ lasciare Tricase, nome che ancora risuonava alle mie orecchie di quel suo sapore antico, che me l’aveva fatto scegliere. Così, quando il proprietario dell’albergo mi disse che non avevo nemmeno visto il mare, mi lasciai convincere. In fondo la gita non avrebbe pesato troppo sulle mie finanze, giusto un breve giro in macchina prima di essere accompagnato alla stazione.

“Bene”, dissi.

Nell’attesa, mi accomodai a un tavoletto di pietra leccese, e presi a sfogliare un dépliant curato dall’assessorato al turismo del comune, con le fotografie, fuori fuoco, e le immagini delle grotte da visitare in barca, Matrona, Verde, la grotta dei Cervi dai graffiti neolitici, appena scoperta.

 

A guidare la vecchia Fiat 124 era un ragazzo con un occhio solo. Si chiamava Fedele e, quando irruppe col suo passo pesante nell’atrio dell’albergo, si guardò intorno, quindi si sedette al mio tavolo.

“Sei tu il professore?”

“Non ancora.”

Aveva le mani sporche di grasso e vestiva una tuta da operaio.

La Terra del rimorso sembrava aver riscoperto un nuovo inizio nello stabilimento di Adelchi Sergio, un imprenditore che avrebbe fatto di Tricase il nuovo polo calzaturiero dell’Italia meridionale. Notizie che mi raccontò entusiasta nell’abitacolo invaso dal vento caldo.

Mio padre aveva ragione: i miei studi erano sbagliati, fuori tempo. Capii comunque che dovevo sbrigarmi, perché la sua pausa non sarebbe durata ore.

“Ma hai già mangiato?”, gli chiesi, cercando di non guardare quell’occhio che teneva un po’ strizzato contro il sole, come un cacciatore che prende la mira.

“E chi ce l’ha il tempo!”, disse Fedele, tirò il freno a mano e fermò la macchina nella piazzetta del porto, in una nuvola di polvere.

Dopo il pasto in una trattoria, che pubblicizzava pupiddhi alla salsa, vopa sfumata e brodino di pesce spisciatu – il tutto annaffiato da uno splendido rosato locale che mi fece dimenticare i propositi di appena un’ora prima –, lasciai Fedele a russare con la testa poggiata sulle mani conserte, e andai a fare due passi nella boscaglia.

Fu lì che la vidi.

La primavera perenne del bosco sfumava la calura, e si colorava di occasionali spicchi di mare. Potevo coglierli qua e là, tra un ramo e l’altro, oppure, se avessi voluto avere una visuale completa, dovevo salire verso quella che sembrava una terrazza. Le mani a stringere i rami forti dei lentischi e i piedi a scivolare sulla creta, mi inerpicai per il pendio.

Più che dall’azzurro del mare, una volta che raggiunsi la radura, fui sopraffatto da una sinfonia di bianchi. Sistemava le lenzuola sui fili tesi. Bianchi i tessuti che si gonfiavano all’aria di mare, bianco il camicione che indossava, noncurante della trasparenza, bianca la fascia che le tirava indietro i capelli. Il suo sguardo languido, per la durata di un lampo, si posò su di me. Pagliuzze d’oro e miele riflettevano il sole dal fondo di un pozzo, dal ventre cavo di una cultura millenaria. Mi carezzarono per un istante, e fui per sempre incatenato a quella terra senza tempo, come non smettevo di definirla, ormai da mesi, nei miei appunti. Aveva il collo sottile, una corporatura slanciata e nobile, non sembrava una contadina, tuttavia, braccia forti battevano l’onda su quelle lenzuola, prima di gettarle dall’altra parte del filo, e fermarle con le mollette che tra le sue labbra sembravano non finire mai. Dietro di lei, un alto casolare in pietra, circondato da pini marittimi, tutti aggrovigliati e piegati verso l’entroterra, da decenni, a difendersi dal vento.

Quando le urla di Fedele risalirono il pendio, ci impiegai un bel po’ a capire che erano rivolte a me. La testa annebbiata, anche dal vino, incespicai adagio verso valle, quelle lenzuola a battere ancora nelle orecchie bollenti.

Ero quasi sicuro che mi avesse sorriso.

Mi feci offrire una sigaretta e accompagnai Fedele allo stabilimento, prima di riportare la macchina all’albergo, con la promessa che ci saremmo visti la mattina dopo. Erano le tre del pomeriggio, ma avevo bisogno di dormire.

 

Blam

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